Tassare i robot?

I robot esistono da una quarantina d’anni, ma solo con l’inizio di questo secolo sono diventati una presenza sempre più diffusa nell’industria e nei servizi. Una realtà che, come succede con tutte le n nuove tecnologie, attrae e spaventa, sollevando timori, in particolare, per i suoi effetti sull’occupazione.

Paure amplificate a dismisura da un’insidiosa tecnofobia che lascia del tutto in ombra i vantaggi dell’automazione sia per le aziende che per i dipendenti, aprendo la strada a proposte che penalizzerebbero l’innovazione, invece d’incoraggiarla. Una visione allarmistica nella quale il ricorso intensivo alla robotica sostituirà progressivamente i lavoratori, creando un esercito di nuovi disoccupati. Di conseguenza diminuiranno anche le entrate fiscali per lo Stato. Dunque, non potendo più tassare questi lavoratori si dovrebbero tassare i robot, per assicurare un adeguato gettito fiscale in grado di finanziare i sistemi previdenziali e i piani d’intervento per aiutare e reinserire nel mondo del lavoro chi ha perso l’impiego.

Una soluzione sostenuta per primo da Bill Gates, il fondatore di Microsoft, rilanciata a Bruxelles dalla deputata socialista Mady Delvaux, ma bocciata dall’Europarlamento, riproposta in Francia dall’ex Ministro del PS Benoît Hamon e dettagliatamente argomentata in Svizzera nel saggio “Taxer les robots – Aider l’économie à s’adapter à l’usage de l’intelligence artificielle” di Xavier Oberson, Avvocato, Professore e fiscalista ginevrino (ospite alla prossima 104esima Assemblea Generale Ordinaria della Cc-Ti del 15 ottobre 2021).

Xavier Oberson suggerisce di tassare uno stipendio “teorico” per l’utilizzo di un robot che corrisponda al salario che l’azienda avrebbe pagato ad un dipendente. Un po’ sul modello del valore locativo che tassa un canone d’affitto teorico. Così, dal profilo delle entrate fiscali, non ci sarebbe differenza alcuna tra l’ assumere un lavoratore o impiegare un robot. Quello che a prima vista sembrerebbe “l’uovo di Colombo” della nuova fiscalità ai tempi della trasformazione digitale, è una soluzione controproducente.

Innanzitutto, bisogna sgomberare il campo dalla falsa credenza secondo cui i robot si “mangiano i posti di lavoro”. È vero piuttosto il contrario. Numerosi studi hanno ampliamente documentato che i Paesi dove più diffusi sono i robot, ad esempio Giappone, Corea e Germania, sono quelli che hanno un tasso di disoccupazione tendenzialmente più basso. Ciò che si registra invece come una costante in questi Paesi è un aumento della qualificazione necessaria per l’impiego. L’utilizzo massiccio della robotica ha, difatti, creato nuove mansioni e nuove figure professionali, anche nel nostro Paese che conta una media di 146 robot industriali ogni 10mila dipendenti, per un totale che l’anno scorso ha toccato le 422mila unità installate.

Queste macchine tecnologicamente avanzate, impiegate nelle imprese per ottimizzare e velocizzare i processi produttivi, contribuiscono, in definitiva, alla creazione di valore che viene già tassato in quanto reddito da capitale. E all’imposte dirette si aggiunge l’IVA, che viene prelevata sull’insieme del valore creato, compreso quello generato dalla robotica. Un’imposta supplementare significherebbe tassare direttamente la tecnologia, ostacolando e scoraggiando di fatto quell’innovazione che salvaguarda la competitività delle aziende. È come se in passato si fossero tassati i telai meccanici, le seghe elettriche, le ruspe o i trattori perché eliminavano posti di lavoro, senza considerare i benefici produttivi, sociali e occupazionali che ne sono poi derivati. Qualcuno ha giustamente ricordato che se negli anni ‘80 si fossero tassati i pc e i loro software, che hanno cancellato in tutto il mondo decine di milioni di impieghi, si sarebbe sicuramente frenato lo sviluppo dell’informatica e, probabilmente, anche la Microsoft di Bill Gates non sarebbe quella che è oggi.

Un equivoco sul digitale

L’idea di un’imposta specifica su queste macchine intelligenti s’inscrive nella storia di una frenesia impositiva che ha già visto proporre tasse sulle e-mail, su Internet o sulle microtransazioni finanziare, in poche parole sull’uso del digitale nella produzione di merci e servizi. Ma oggi con sistemi economici sempre più informatizzati, interconnessi e interdipendenti è arduo persino distinguere o tracciare dei confini netti tra l’economia digitale e quella tradizionale. Anzi, autorevoli studiosi sostengono che siamo già entrati nell’era post-digitale. Un’epoca in cui il “digitale” non è più solo un vantaggio competitivo, ma il requisito minimo per poter restare sul mercato, dove le fortune di un’azienda dipenderanno dalla capacità di utilizzare una molteplicità di tecnologie diversificate.

La robotica è un elemento centrale di questo “requisito minimo, ed è un settore in forte espansione. L’International Federation of Robotics ha calcolato un tasso di crescita esponenziale dei robot negli ultimi sei anni, con punte del più 30% di vendite nel 2017 a livello mondiale, rispetto all’anno precedente, per poi stabilizzarsi su un incremento annuo del 6% che dovrebbe mantenersi sino al 2030. Tentare di rallentare questo trend, usando il freno fiscale, significherebbe inceppare quel progresso tecnologico che permette di creare nuova ricchezza di cui beneficia tutta la società.
È ormai assodato che robotica e automazione accrescono la produttività delle imprese e la loro competitività internazionale. È solo grazie a questa maggiore creazione di valore che si possono ben retribuire i dipendenti, offrire nuovi posti di lavoro e contribuire alla prosperità generale. Solo garantendo, e non mortificando con nuove imposte, l’efficienza economica e la competitività delle aziende, non diminuiranno la produzione di ricchezza né le entrate fiscali per lo Stato.

Vantaggi, più che svantaggi

L’utilizzazione della robotica presenta numerosi vantaggi di cui beneficiano non solo le aziende ma anche i lavoratori. Innanzitutto, l’accresciuta competitività di un’economia rappresenta un notevole a tout soprattutto per quei Paesi, come la Svizzera, dove i costi del lavoro e degli altri oneri aziendali sono molto elevati, offrendo una risorsa risolutiva agli imprenditori per non essere costretti a delocalizzare all’estero, là dove i costi sono di gran lunga inferiori, produzione, know-how e impieghi. In secondo luogo, la presenza dei robot migliora la sicurezza e l’ergonomia sui posti di lavoro, aiutando o sostituendo del tutto i dipendenti nelle operazioni più faticose, ripetitive o pericolose. Sgravare la manodopera da questi compiti, significa liberare intelligenza produttiva, riorientando competenze ed esperienza professionale verso più avanzate e gratificanti funzioni. Non per nulla oggi si parla di “intelligenza collaborativa” tra uomo e macchine, non solo per aumentare le performances aziendali, ma come fine di un progresso tecnologico che non si sviluppa per sostituirsi all’uomo, quanto piuttosto per potenziare le sue capacità.

Un’evoluzione che con l’affermarsi del digitale e dell’intelligenza artificiale, vede nel propagarsi della “cobotica” (la robotica collaborativa) il suo sbocco naturale. Secondo un recente report di Morgan Stanley, la robotica collaborativa, che attualmente copre appena il 5% all’anno delle installazioni a livello globale, nel giro di un decennio arriverà al 17%, grazie al progressivo perfezionamento e alla riduzione dei prezzi una volta superato lo stadio di sviluppo iniziale. I cobot di nuova generazione poco ingombranti, progettati proprio per affiancare l’uomo nel lavoro, facili da installare e dal costo contenuto, sono ora accessibili anche alle piccole imprese.

Per l’economia si sta aprendo davvero la frontiera del post-digitale che richiederà condizioni quadro più avanzate per il mercato del lavoro, l’innovazione, la fiscalità, la formazione, la ricerca e le infrastrutture. Saranno queste condizioni quadro, e non le tasse, a far sì che lo sviluppo tecnologico non distrugga lavoro, e generi invece più ricchezza, nuovi impieghi e nuove professionalità.

Swissness: il marchio svizzero

Il prodotto proviene davvero dalla Svizzera se c’è scritto sull’etichetta? Solo se vengono seguite determinate regole.

Il mercato svizzero può vantarsi di avere un alto valore, sia per la qualità che per l’affidabilità, la precisione e l’esclusività. I consumatori svizzeri che vivono nel nostro Paese e all’estero sono pronti a cercare in modo meticoloso tali prodotti poiché confidano nelle caratteristiche sopracitate e, dove possibile, scelgono di acquistare solo prodotti nazionali e locali.
Lo “Swiss made” è, indubbiamente, un punto di forza per le aziende. Ci sono però delle regole da seguire per proteggere il marchio svizzero dagli abusi.
Un utile vademecum in merito.

Che aspetto ha la croce Svizzera?

Questo è chiaramente definito dalla legge: “un quadrato rosso con in mezzo una croce bianca”.

Su di un prodotto può essere raffigurato lo stemma svizzero?

No, lo stemma svizzero, ovvero la croce svizzera bianca su sfondo rosso quadrato è un’espressione del potere statale e un simbolo ufficiale protetto. Pertanto, le aziende private non sono autorizzate ad usufruirne per uso commerciale. Solo la Confederazione Svizzera può utilizzare questo stemma. Lo si può trovare, ad esempio, sul sito web della Confederazione ma non su un cartone del latte, anche se il contenuto proviene al 100% dalla Svizzera.

Esistono delle eccezioni?

Sì, esistono delle eccezioni nelle quali lo stemma può essere utilizzato da altre persone. Ad esempio, può essere mostrato in opere di riferimento o utilizzato nell’allestimento di un festival. Lo stemma può essere anche riportato su un bicchiere o una medaglia commemorativa per un determinato evento.

Sull’etichetta dei prodotti svizzeri può essere raffigurata la croce svizzera?

Solo se provengono effettivamente e in modo verificabile dalla Svizzera. Tuttavia, non si può pretendere alcun collegamento con la Confederazione Svizzera. L’etichetta di una bottiglia d’acqua può essere decorata con la croce elvetica esclusivamente se il contenuto proviene da una fonte svizzera, ma essa non può essere mostrata su un orologio proveniente dalla Cina

Esistono delle eccezioni anche per quanto riguarda la croce Svizzera?

Sì, in alcuni casi la croce elvetica non può essere utilizzata anche se il prodotto proviene effettivamente dalla Svizzera. Per esempio, nelle situazioni in cui essa potrebbe venire confusa con il simbolo della Croce Rossa. Questa regola vale principalmente per i prodotti nel campo medicale.

La croce svizzera può essere utilizzata come decorazione?

La croce svizzera può essere usata per decorare gli articoli turistici come le camicie, le giacche o le bretelle. L’acquirente non deve intendere la croce svizzera come un’indicazione di provenienza, ma bensì come un elemento decorativo; il prodotto non deve necessariamente essere stato fabbricato in Svizzera.

Quando si può indicare il “Made in Switzerland” su un prodotto?

Solo se il prodotto proviene effettivamente dalla Svizzera. Ciò garantisce che esso contenga davvero del materiale di origine elvetica. Lo stesso discorso vale, ad esempio, per le indicazioni «Swiss made» o «Swiss Quality» e per le immagini raffiguranti il Cervino, Guglielmo Tell o Helvetia.

Scoprire un imbroglio nell’utilizzo della croce svizzera: come procedere?

Supponiamo di acquistare un orologio da un negozio svizzero online. L’orologio viene venduto come «Swiss made» e mostra una piccola croce svizzera, ma è stato constatato che è stato prodotto in Turchia. In questo caso sono possibili le seguenti misure:

  • segnalare l’abuso all’Istituto Federale della Proprietà Intellettuale (e-mail: swissnessinfo@ipi.ch). La società in questione sarà informata per iscritto del proprio comportamento illecito e delle multe che potrebbero insorgere
  • informare l’associazione di categoria (per gli orologi l’Associazione dell’industria orologiera svizzera)
  • controllare la ricevuta e leggere le modalità di reso, in Svizzera, tuttavia, non esiste alcun diritto legale per gli acquisti online
  • informarsi sui propri diritti di garanzia nei termini e condizioni generali. Se vi sono indicazioni, si applica la legge in vigore e si può richiedere il rimborso.

Quando un prodotto è originario dalla Svizzera?

Con i prodotti di origine naturale è relativamente semplice: una lattuga è originaria dalla Svizzera se è stata raccolta su territorio elvetico. La carne di manzo è svizzera se l’animale ha trascorso la maggior parte della sua vita nel territorio. Un pesce è di origine svizzera se viene pescato sul suolo nazionale. Le uova sono di origine elvetica se il pollo è stato allevato in Svizzera.

Ma cosa succede quando i prodotti naturali vengono trasformati in alimenti? In questo caso almeno l’80% del peso degli ingredienti deve provenire dalla Svizzera. Mentre per i prodotti lattiero-caseari la percentuale deve essere del 100%.

Inoltre, la fase di lavorazione che conferisce al prodotto le sue proprietà essenziali deve avvenire in Svizzera. Ad esempio: la confezione Tetra Pak del latte può raffigurare il Cervino se tutto il latte che contiene proviene dalla Svizzera. Anche la trasformazione del latte in formaggio, dunque la fase di lavorazione essenziale, deve aver avuto luogo nel nostro Paese.

Sono tuttavia possibili delle eccezioni: quando i prodotti di origine naturale non esistono in Svizzera o sono momentaneamente irreperibili, essi non vengono tenuti in considerazione ai fini della regola del 60% o 80%. Anche l’acqua come ingrediente non è compresa.

Per quanto riguarda una tavoletta di cioccolato, l’80% del peso degli ingredienti, come lo zucchero e il latte, deve provenire dalla Svizzera. La proporzione di cacao non viene inclusa provenendo da un Paese estero. Per i prodotti industriali, almeno il 60% dei costi di produzione deve essere sostenuto in Svizzera, inoltre l’attività che conferisce al prodotto le sue proprietà essenziali deve svolgersi In Svizzera.

Fonte: Beobachter 16/21, adattamento Cc-Ti

La “rivoluzione” dei dati: sfide e opportunità in ambito sanitario

In ambito sanitario, l’avanzamento tecnologico va di pari passo con il progresso della medicina e quindi persegue, quale obiettivo principale, il continuo miglioramento della salute della popolazione.

Essendo un settore estremamente regolamentato, l’evoluzione tecnologica è disciplinata dalle autorità di omologazione e controllo: Swissmedic per gli agenti terapeutici, l’Ufficio federale della sanità pubblica per i prezzi dei medicamenti e ancora, nel nostro Cantone, la Commissione cantonale per l’autorizzazione di messa in esercizio di attrezzature medico-tecniche a tecnologia avanzata o particolarmente costose.
È dunque implicito che qualsiasi innovazione debba presentare, non solo un rapporto rischio/beneficio favorevole rispetto agli standard in uso, e documentato dalla ricerca clinica, ma anche una valutazione rigorosa del suo impatto sui costi della sanità. Nel rispetto di questi principi di efficacia, adeguatezza ed economicità il nostro sistema sanitario è – grazie anche alla ricerca scientifica svolta nel nostro Paese e alla nostra capacità di adottare le tecnologie più innovative – uno dei più performanti sistemi al mondo.

Nel contesto attuale, in cui siamo tutti confrontati con la pandemia COVID-19, abbiamo l’occasione di prendere coscienza non solo dell’importanza della salute del singolo ma anche del legame con la salute pubblica. Va altresì riconosciuta la solidità del nostro sistema sanitario: anche nei tempi più difficili, e grazie ad un’ottima collaborazione tra il settore pubblico e privato, è riuscito non solo a prendere a carico i pazienti COVID-19 nelle migliori condizioni possibili (rispetto allo stato delle conoscenze del momento) ma a garantire la continuità e l’accesso alle cure a tutti i pazienti, anche non COVID-19. E, bisogna aver l’umiltà di dirlo, nei primi tempi della pandemia le conoscenze rispetto a quello che stava succedendo erano estremamente limitate. In pochissime settimane un nuovo virus, totalmente sconosciuto estremamente contagioso e purtroppo anche molto pericoloso si è diffuso in tutto il mondo. La sfida, che sembrava smisurata per la comunità medica e per la scienza, ha mobilitato enormi risorse in tutto il mondo. Una forza innovativa senza precedenti ha reso possibile l’inimmaginabile: lo sviluppo e l’immissione sul mercato di diversi vaccini in meno di un anno, aprendo una nuova era nello sviluppo di nuovi farmaci. Ed è stato possibile grazie anche alla nostra capacità a generare, analizzare, interpretare e condividere dei dati, partendo dal genoma del virus e delle sue varianti.

L’avanzamento tecnologico in ambito sanitario, come in altri diversi ambiti, è in effetti ampiamente favorito dalla rivoluzione digitale in corso. I “big data” sono entrati da tanti anni nel mondo della medicina in parallelo con lo sviluppo dell’informatica. Pensiamo a tre esempi significativi, in mezzo a tanti altri:
• l’evoluzione della tomografia computerizzata e della risonanza magnetica nella diagnostica per immagini,
• l’identificazione di numerosi nuovi marcatori tumorali – grazie ad una sempre maggior comprensione dei meccanismi fisiopatologici –
• e la mappatura del genoma umano completata 20 anni fa.

Pensiamo che adesso questi dati ci aiutano a capire lo stato di salute di una persona, ci permettono, al di là di una diagnosi, di effettuare una prognosi e di prendere una decisione terapeutica. Pensiamo anche che questi dati possono essere trasmessi ovunque nel mondo per, ad esempio, chiedere una seconda opinione o seguire un paziente nei suoi viaggi. Pensiamo infine che questi dati evolvono nel tempo e che vanno quindi archiviati e monitorati. Il grande cantiere della cartella informatizzata del paziente è in corso ed i suoi obiettivi sono chiaramente descritti nell’omonima Legge Federale: “rafforzare la qualità delle cure, migliorare i processi terapeutici, accrescere la sicurezza dei pazienti e l’efficienza del sistema sanitario, nonché promuovere l’alfabetizzazione sanitaria
dei pazienti”.

Come negli altri settori, per far fronte a questa “valanga di dati” o, meglio, per coglierne i benefici, abbiamo dovuto aumentare in modo esponenziale le nostre capacità analitiche, di sintesi e d’interpretazione, grazie allo sviluppo di algoritmi specifici che permettono, ad esempio, di costruire un’immagine diagnostica o di mettere in evidenza delle anomalie – varianti – genetiche. Con questo, si sta sviluppando anche nel nostro settore, e in modo estremamente veloce, l’intelligenza artificiale. I campi di applicazione sono numerosi: cito ad esempio la ricerca clinica e lo sviluppo di nuovi farmaci, il supporto nella decisione diagnostica e/o terapeutica, la possibilità di concepire farmaci personalizzati e di produrli ad-hoc con una stampante in 3D e, non da ultimo, la telemedicina, con la possibilità di effettuare diagnosi e/o interventi chirurgici a distanza, grazie a robot capaci di adattare le proprie azioni in simbiosi con il chirurgo, intervento dopo intervento.

Se è vero da un lato che tutto questo può sembrare fantascienza, è altrettanto vero che tante di queste applicazioni sono già oggi realtà. La robotica, ad esempio, è entrata in sala operatoria da tantissimi anni come assistenza al chirurgo negli interventi di urologia, ginecologia, chirurgia addominale e otorinolaringoiatria. Esistono dei robot che permettono lo stoccaggio di dispositivi medici ed ultimamente, con la tecnologia 5G, sta aumentando la possibilità di effettuare interventi chirurgici a distanza. Un altro esempio è la medicina di precisione, o la “data driven medicine”, punto di forza dell’azienda vodese Sophia Genetics che ha sviluppato un software che, raccogliendo dati genetici e clinici di un numero crescente di pazienti, diventa sempre più “intelligente” nel capire quale terapia è più adatta ad un determinato profilo genetico (sapendo che il nostro genoma è costituito di oltre 20’000 geni) e quali sono gli effetti collaterali più probabili. Infine, cito anche l’aiuto alla decisione diagnostica in ambito radiologico – quando l’occhio del radiologo ha bisogno di un ulteriore supporto per accertare delle anomalie.

Il tema dell’avanzamento tecnologico in ambito sanitario è in sostanza piuttosto ampio, sicuramente appassionante e costantemente in fase di espansione: questa è una realtà dai numerosi risvolti positivi ma… questo non ci deve far dimenticare che la tecnologia è concepita dall’essere umano, a beneficio dell’essere umano per, specie in sanità, prendersi cura dell’essere umano!
Uno dei più grandi punti di forza nel nostro settore, e l’abbiamo visto durante questa pandemia, sono le persone.

L’intelligenza artificiale è un valido aiuto che ha già apportato e apporterà importanti cambiamenti nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura ma, ciò nonostante, non può ancora sostituirsi all’altra intelligenza, quella “emozionale”, che rimane il punto di forza e di differenziazione nella qualità della cura e nella relazione con il paziente.


Articolo a cura di Michela Pfyffer von Altishofen, Vicepresidente ACPT

Agricoltura, un equilibrio tra natura e tecnologia

Pur essendo il lavoro nei campi tra i più antichi del mondo, oggi possiamo considerare l’agricoltura uno dei settori più tecnologizzati.

Da sempre mi affascina la capacità dei produttori orticoli (e di tutti gli agricoltori) di rispettare e adeguarsi alla natura: meteorologia, tempi di crescita e sviluppo, condizioni naturali del terreno, ecc. sono tutti fattori che l’agricoltore non può cambiare perché dettati appunto dalla natura. Quello che però l’agricoltura può fare è cercare di conoscerli, prevederli e sfruttarli al meglio per favorire la qualità e la produzione. Allo stesso tempo essa permette di facilitare il lavoro dell’uomo. Ed è proprio in questi due aspetti che la tecnologia e l’innovazione investono da anni e hanno già portato a cambiare in modo importante il modo di lavorare e produrre, anche alle nostre latitudini.

Sono andata a visitare due aziende sul Piano di Magadino che negli ultimi anni hanno investito molto in tecnologia. L’azienda Agricola Mozzini produce in serra l’eccellenza dei pomodori ticinesi: tondi, ramati, cherry, datterini che da marzo a ottobre possiamo gustare sulle nostre tavole. A Roberto, il titolare, brillano gli occhi quando racconta quello che fa, risultato di tanto lavoro, ricerca e investimenti il tutto condito da tanta passione. “Leggere i fattori naturali adeguandoli nel modo migliore per favorire la crescita e lo sviluppo di piante e frutti è molto complicato perché sono parecchi e possono variare anche rapidamente”. La direzione e la forza del vento, l’umidità, l’intensità e la durata dell’insolazione, la temperatura dell’acqua e dell’aria, la concentrazione di sali minerali nel terreno, sono alcuni dei parametri che un agronomo deve conoscere e valutare.

“Attraverso vari strumenti di misurazione (tra cui una centralina meteorologica) la tecnologia ci permette di raccogliere i dati e di cercare la giusta correlazione tra essi attraverso una serie di algoritmi. L’esperienza e la conoscenza umana sono indispensabili ma l’equilibrio corretto (che varia per ogni coltura e anche per tipologia di pomodoro) è in grado di calcolarlo solo una macchina”. Per capire di cosa si tratta mi mostra lo schermo di un computer in cui si muovono continuamente dei grafici: “abbiamo una bilancia che pesa 5 m di coltura che, grazie alla costante misurazione, ci permette di vedere come si comporta l’irrigazione del terreno in modo da regolarla su tutto l’arco della giornata. Alla pianta non va bene né essere troppo bagnata né troppo asciutta, e soprattutto ha necessità diverse nei vari momenti della giornata.
Se dovessero cambiare le condizioni, vi è un monitoraggio orario e degli sms di allarme che ci permettono di intervenire tempestivamente.”
Essere sotto una struttura di vetro non rende la serra indipendente dall’ambiente circostante, e Roberto mi spiega, per esempio, l’incidenza dei raggi del sole “quest’estate caratterizzata dal brutto tempo ha comportato una mancanza di raggi solari, che hanno influito sul tempo di sviluppo e maturazione dei frutti, ma anche il periodo dell’anno influisce: sul piano di Magadino il sole in primavera e autunno spunta dalle montagne che è già intenso, la pianta va preparata a questo repentino cambiamento innalzando gradualmente la temperatura della serra”. Tutto questo non è una forzatura?

“La natura va comunque sempre rispettata, noi non rompiamo l’equilibrio naturale della pianta e per questo non riproduciamo l’estate per 12 mesi, la pianta fa un ciclo completo al termine del quale svuotiamo e disinfettiamo tutta la serra che per qualche mese resterà vuota, per poi ricominciare un nuovo ciclo. Per tanto tempo la preoccupazione è stata quella di produrre tanto piuttosto che ricercare il gusto, adesso finalmente si è tornati al vero valore: la qualità del prodotto”. Ci sarebbe ancora tanto da osservare e raccontare ma il tempo è finito e allora ci salutiamo. Non prima però che mi mostri il recupero dell’acqua che viene fatto sia per l’acqua piovana che per l’acqua di condensa perché qui non si trascura nulla!

Mi sposto di poco più di un chilometro e trovo Christian Bassi, titolare della omonima azienda, con lui voglio capire come programma quotidianamente il lavoro sui campi. Per farlo mi fa sedere accanto a lui su un modernissimo trattore. All’esterno della cabina è installato un GPS, strumento fondamentale per gestire i suoi 12 trattori e gli operai che li devono utilizzare. “Ogni mattina ognuno sale sul trattore e sullo schermo trova già inseriti i dettagli del lavoro che deve svolgere. Il GPS permette di indentificare il campo su cui lavora ogni trattore, di cui conosce i confini e ogni linea retta.
A seconda del tipo di lavoro che deve essere fatto imposto il tipo di guida. All’autista è chiesto dallo schermo di identificarsi e di specificare che tipo di macchinario si attacca al veicolo e per svolgere quale lavoro. Se, per esempio, è un aratro mi servirà definire a che profondità voglio arare, se invece è una seminatrice dovrò specificare cosa sto seminando e definire la distanza e la quantità di semina”. Il computer memorizza tutti questi dati e fa svolgere correttamente il lavoro alla macchina “ma le condizioni ottimali le acquisisci con l’esperienza” il mezzo è solo uno strumento per svolgere il tuo lavoro. “E l’esperienza è facilitata dal sistema informatico che mi permette di avere una reportistica che mi aiuta a capire cosa ho sbagliato o come migliorare.” Mi porta così nella sua cabina di comando, un ufficio con un grande computer. “Il GPS calcola per esempio la pendenza di ogni singolo angolo di terreno, quindi posso sapere che in caso di forti piogge su un determinato scoscendimento avrò un problema di ristagno d’acqua, oppure che in quella striscia di terra non è cresciuta l’insalata perché il trattore è passato troppo veloce con la semina.” Oltre al GPS mi mostra che la zappatrice ha una telecamera ottica per sarchiare il terreno senza toccare la coltura che sta crescendo. Capisco quindi quanto questi trattori e la loro tecnologia facilitano la gestione e il lavoro, e possano renderlo meno logorante e più efficiente.

Saluto anche Christian che salutandomi mi fa vedere il nuovo logo dell’azienda che punta tutto sul prodotto, perché alla fine quello che dà soddisfazione è poter offrire sulle tavole ticinesi un prodotto buono e genuino.


Articolo a cura di

Alice Croce, Presidente Federazione Ortofrutticola Ticinese (FOFT)

Le fiduciarie ticinesi fra tecnologia e tradizione

L’opinione di Cristina Maderni, Vice Presidente Cc-Ti, Presidente Ordine dei Commercialisti del Cantone Ticino e Presidente FTAF

In un interessante articolo di recente pubblicazione (“Platform operating model for the AI bank of the future”, 18 maggio 2021),  MCKinsey & Company afferma che “il cuore di una banca basata sull’intelligenza artificiale resta pur sempre nella relazione con il cliente”. Il riferimento al rischio che l’intelligenza artificiale possa spersonalizzare e universalizzare i servizi finanziari è qui  evidente.

Nessuna affermazione potrebbe essere più vera, anche riferita al settore fiduciario e ai criteri con cui noi imprenditori del  comparto implementiamo e utilizziamo nuove piattaforme e tecnologie.

La tesi che desidero di seguito sostenere è, infatti, che le fiduciarie ticinesi non si devono lasciare sfuggire le opportunità di efficienza promesse dal processo di trasformazione digitale, ma che nel contempo devono restare fedeli al proprio modello di business, basato sul contatto diretto e sul rapporto di fiducia personale.

Il fiduciario ticinese, ad oggi siamo oltre 1’500, è, ed è stato, negli anni cosciente che la trasformazione digitale non è un mito, ma un fatto che lo riguarda da vicino. È da tempo, infatti, che il settore investe non solo in sistemi e in processi, ma anche in formazione e in talento, quindi, in conoscenze che permettano ai suoi protagonisti di interpretare e di utilizzare con profitto le soluzioni che le nuove tecnologie propongono loro.

Siamo coscienti che la tecnologia rimodella tutte le istituzioni finanziarie, comparto fiduciario incluso, rendendole sempre più interdipendenti, che causa incertezze, ma anche crea opportunità. Del  resto, la stessa Confederazione ritiene che la digitalizzazione sia un fattore competitivo vitale per la piazza finanziaria svizzera a 360 gradi, e incoraggia il processo.
Noi fiduciari seguiamo con interesse il miglioramento dei servizi che i settori bancario e assicurativo ci offrono come risultato del proprio processo di trasformazione digitale. Il settore finanziario  ritiene con ragione di avere davanti a sé grandi spazi per migliorare le proprie competenze digitali. I continui progressi conseguiti sono sotto l’occhio dell’intera clientela privata e aziendale, che sempre più li apprezza dopo l’esperienza del confinamento. Le fiduciarie ne traggono giovamento in quanto controparti strategiche del sistema bancario: migliorano il flusso informativo e documentale, la velocità di esecuzione, la gestione dei rischi.

Anche nel settore fiduciario, il processo di digitalizzazione è in corso ed è ben lungi dall’essere terminato. Gli investimenti e i modelli sono evidentemente diversi, da rapportare alla dimensione delle imprese fiduciarie, in media non superiore a cinque dipendenti. L’impatto è comunque simile: il processo stimola l’efficienza aziendale e schiude la prospettiva di sviluppare nuovi prodotti e mercati. Modifica, di conseguenza, lo scenario competitivo e paventa dei rischi, che vanno riconosciuti e mitigati. Presuppone competenze e richiede disponibilità ad investire.

È anche grazie alla capacità di investire in formazione e in efficienza operativa che noi fiduciari abbiamo saputo superare con successo un decennio difficile per la finanza internazionale, rendendo le nostre strutture agili e performanti. Sappiamo che il servizio che la nostra clientela ci richiede, si chiama: competenza, fiducia ed empatia. Armi competitive che come già esposto in apertura non devono andare perse in quella omogeneità di soluzioni che le economie di scala, consentite dalla digitalizzazione, portano con sé in altri settori. Noi non miriamo necessariamente ad aggiungere il “robo-advisory” alla nostra offerta di servizi.
Non puntiamo, se non per fasce basse di clientela, a focalizzarci su quei programmi “intelligenti” che  tentano di sostituirsi alla consulenza umana. Certo, le fiduciarie “online” esistono, offrono un  prodotto definito che nel tempo si ritaglierà una propria quota di mercato. Ma il cliente che ricerca soluzioni complesse e confidenziali continuerà a seguire le vie tradizionali della “fiducia” e del contatto diretto.

Qui sta la nostra forza, qui dobbiamo capitalizzare. Questi sono i motivi per cui non prevediamo per il futuro di dover subire una vera concorrenza diretta da parte delle “Big Tech”, né di chi le emula. Gli operatori digitali presentano alcuni punti di forza, ma la gran parte della clientela apprezza altri fattori e teme fughe di informazioni e incursioni nei sistemi da parte dell’hackeraggio e del  ransomware. Non a caso, Boston Consulting Group segnala la ritrosia delle istituzioni finanziarie ad utilizzare  intensamente le soluzioni offerte dal Cloud, contrariamente a quanto fanno altre organizzazioni ugualmente mature sotto il profilo digitale.

Nel nostro modo di porci sul mercato, la sicurezza, quindi anche la “cybersecurity” è un fattore chiave. Mi siano concesse due considerazioni finali. La prima è che, nel settore fiduciario, la  trasformazione digitale non ha fino ad oggi causato né un forte processo di concentrazione, né una contrazione nei posti di lavoro, che con orgoglio noi fiduciari constatiamo avere mantenuto stabili pur in un decennio di grandi cambiamenti. La seconda è che l’attenzione alle variabili tecnologiche crea volontà di confronto, intensifica l’importanza delle associazioni dei fiduciari e della loro federazione, che insieme promuovono formazione, sinergia e dibattito.

Il futuro è oggi: noi fiduciari ne siamo coscienti. Adattiamo le nostre piattaforme, investiamo nella creazione di competenze digitali al nostro interno. Non cessiamo tuttavia di basare la nostra azione sulle nostre capacità individuali e di gruppo, e sulla fiducia che il cliente ci concede. Una fiducia che è costruita sulla competenza personale e non sulla velocità di un sistema esperto.

Il trasporto delle merci e i rischi che ne conseguono

Quando si esporta, è bene tenere conto delle procedure da seguire riguardo alla spedizione, al trasporto ed alla conoscenza dei rischi che potrebbero insorgere durante il viaggio.

Per gli esportatori svizzeri è importante conoscere le aliquote di dazio e altri tributi applicati nei Paesi in cui si intende esportare. Esistono delle condizioni di consegna DDP (reso sdoganato), ciò significa che l’esportatore svizzero si prende a carico anche i costi dei dazi e di altri tributi. Per ulteriori necessità c’è la possibilità di richiedere informazioni alle Ambasciate svizzere nei vari Paesi.

Esistono vari metodi di trasporto: stradale, ferroviario, marittimo, aereo e gasdotto. Il principale metodo di trasporto per l’importazione in Svizzera è quello su strada. I prodotti maggiormente importati sono i minerali, terreno agricolo, pietre, prodotti chimici e i macchinari, che costituiscono il 63,3% (2020) delle merci importate. L’80% degli alimenti importati avviene su strada. Il trasporto ferroviario rappresenta il 15,2% (2020) delle importazioni. I prodotti principali sono il carbone, il petrolio (circa 40%), i prodotti chimici e i prodotti in plastica (20%). Il trasporto marittimo, che avviene principalmente attraverso il Reno, comprende per la maggior parte i petroliferi raffinati, come la benzina (54%), le pietre e i minerali 20%. Questo metodo di trasporto rappresenta l’8,7% delle importazioni svizzere.
Il trasporto aereo viene utilizzato maggiormente per merce leggera e preziosa, più precisamente per l’importazione di apparecchi elettronici e tessili. Nonostante a livello di quantità la percentuale ammonti solo allo 0,2% (2020), per contro il loro valore rappresenta il 38,6% (2020) delle importazioni. Troviamo anche l’importazione di frutta esotica e di pesce. Per finire, nel trasporto tramite gasdotto figurano il petrolio e il gas naturale, al 12,5% (2020) delle importazioni.

È bene tenere conto che esistono anche diversi documenti da presentare per il trasporto internazionale in base al tipo di trasporto scelto. Essi si dividono in:
• CMR per il trasporto su gomma,
• Railway Bill per il trasporto su rotaia,
• Bill of Lading per il trasporto via nave e
• Airway bill per quello aereo.

Un documento di primaria importanza è la fattura di vendita. È bene sapere cosa indicare su di essa:
• mittente + destinatario (indirizzi completi con partita IVA o Codice Fiscale, se privato),
• tipologia di merce compresa di voce doganale,
• valore merce (esente IVA per l’esportazione),
• nr. colli,
• peso lordo, peso netto,
• resa Incoterms 2020.

Come citato poc’anzi, gli Incoterms, parte fondamentale per un’esportazione sicura, sono regole internazionali create nel 1936 e periodicamente aggiornate. Sono articoli di contratto e di uso commerciale, sviluppati dall’International Chamber of Commerce (ICC).

L’obiettivo principale di queste regole è quello di contribuire ad evitare incomprensioni e litigi tra esportatore e importatore rispettivamente tra venditore e acquirente. È importante specificare il luogo o il porto nella maniera più precisa possibile. Inoltre, regolano i diritti e le obbligazioni del venditore e dell’acquirente in relazione alla fornitura/consegna di una merce, al trasporto (documenti), al trasferimento del rischio e alla ripartizione dei costi. È fondamentale che le clausole di resa vengano inserite nei contratti di compravendita inserendo il nome del luogo o del porto seguito dalla menzione “Incoterms 2020”; oltre a ciò, sono considerati validi solo se menzionati esplicitamente sulle fatture, sui contratti di compravendita, sulle offerte, sulle condizioni di vendita, sulle conferme d’ordine, ecc..

Un altro punto basilare di cui tener conto per una corretta esportazione sono i rischi che minacciano le merci durante il viaggio. Possiamo trovare:
• il furto/smarrimento,
• il danneggiamento la cui origine è nota (evento conosciuto), cioè l’incidente del mezzo di trasporto,
• l’incidente durante le manipolazioni (carico, scarico, trasbordo),
• gli incendi e gli eventi naturali
• oppure il danneggiamento la cui origine non è nota (evento sconosciuto), ad esempio l’ossidazione e la contaminazione.

Per i motivi elencati sopra, è consigliabile stipulare un’assicurazione sul trasporto delle merci. È possibile, ad esempio, stipulare una copertura contro tutti i rischi (All risks) che copre la perdita e il danneggiamento delle merci durante il trasporto assicurato, salvo quanto espressamente escluso dall’assicurazione. Esiste anche una copertura limitata, che assicura i danni alla merce dovuti agli incidenti del mezzo di trasporto, l’incendio, i danni della natura, il carico e lo scarico. Questa copertura è utilizzata per merci non fragili o trasportate alla rinfusa (bulk).
L’assicurazione inizia quando la merce è caricata sul veicolo all’inizio del viaggio e termina quando è scaricata alla fine del viaggio.

Oltre ai rischi legati al trasporto, esistono anche i rischi finanziari. Troviamo quello in ambito internazionale, dove la controparte potrebbe annullare l’ordine oppure non è nella posizione di ritirarlo, quello legato al Paese (rischio politico, es. colpo di Stato) oppure il rischio di cambio. Purtroppo, anche l’emergenza COVID-19 ha generato un elevato impatto globale sui rischi delle esportazioni.
Per diminuire i rischi di cui si fanno carico i due partner commerciali, le banche hanno sviluppato diverse soluzioni di finanziamento, tra cui la lettera di credito.

La lettera di credito è una garanzia di pagamento per il venditore ed offre maggior sicurezza ad ambo le parti. La banca dell’acquirente si impegna a pagare il venditore in maniera irrevocabile, sottostando a determinate condizioni. I temi di cui tenere conto durante un’esportazione sono molteplici, per questo motivo è bene conoscere ed informarsi per tempo quando si commercia con un determinato Paese straniero. È consigliabile anche avere una persona di contatto nella Nazione in cui si importa.

Il Servizio Export Cc-Ti resta a vostra disposizione.

La digitalizzazione nelle costruzioni

Il mondo dell’edilizia, seppur per definizione uno dei settori più “concreti”, non sfugge a quello che sono le dinamiche della digitalizzazione e, in prospettiva, dell’introduzione della robotica.

Naturalmente si è ben lontani dall’idea che dei robot umanoidi possano lavorare su un cantiere, ma sempre più spesso macchine dalle disparate potenzialità fanno la loro comparsa in cantiere, direttamente o indirettamente. Se pensiamo ad esempio alla stampa di case in 3D, ai rilevamenti possibili grazie a laser e droni, alla presenza di macchinari sempre più sofisticati e alla progressiva introduzione della progettazione in BIM (Bulding Information Modeling) è chiaro che gli sviluppi stanno arrivando, e lo stanno facendo sempre più velocemente.

Entrando nello specifico campo delle macchine si può dire che i robot non sono più confinati nel mondo dell’industria, ma stanno conquistando gli spazi privati e interagiscono direttamente con le persone. Molteplici sono sia i campi di applicazione che le forme di interazione. Grazie al continuo sviluppo delle tecnologie e dei materiali più moderni, nonché al collegamento in rete globale di oggetti fisici con Internet (Internet delle cose), si può certamente presumere che in un futuro non troppo lontano i robot saranno in grado di fare tutto ciò che sa fare un essere umano, ma molto più a buon mercato, con maggiore precisione, forza e rapidità. Il tratto comune alla maggior parte delle definizioni è che i robot evidenziano almeno le seguenti caratteristiche:
• sono macchine meccaniche;
• hanno almeno un asse;
• sono controllabili, programmabili e versatili;
• possono essere equipaggiati con pinze, mezzi di produzione o altri strumenti.

La robotica e soprattutto i robot hanno quindi anche il potenziale di innescare un profondo cambiamento nel settore edile. L’impiego di robot nei cantieri edili è ancora oggi considerato un sogno (incubo) illusorio e visionario tra gli addetti ai lavori. Mentre i pessimisti temono la perdita di posti di lavoro, gli ottimisti sperano in una collaborazione tra esseri umani e robot in cantiere.
Ora, la seguente analisi della robotica nell’industria edile vuole dimostrare che i robot sono diventati ormai da tempo una componente reale della vita quotidiana nei cantieri edili.

Tuttavia, ci vorrà ancora un bel po’ di tempo prima che i robot umanoidi per l’edilizia possano sostituire i collaboratori sul cantiere. La ragione di ciò risiede, da un lato, nella profonda maturità tecnologica dei cosiddetti robot umanoidi per l’edilizia e dall’altro nell’ambiente complesso di un cantiere. I lavori edili vengono solitamente eseguiti nelle condizioni più complesse (al contrario ad esempio di una catena di montaggio), caratterizzate da frequenti cambiamenti di posizione, fluttuazioni meteorologiche, contatto con una grande varietà di materiali o anche spostamenti su terreni non asfaltati.

Il campo di applicazione dei robot nel settore dell’edilizia e del genio civile è fondamentalmente indipendente dal modello di business specifico, ovvero non dipende dal segmento, dall’attività e dalle attività lavorative effettive.


Un robot è un manipolatore multifunzione liberamente programmabile per la movimentazione di materiali, parti, utensili e attrezzi speciali. La sequenza di movimenti liberamente programmabile lo rende adatto per un’ampia varietà di compiti.


Categorie di robot per l’edilizia

Categorie di robot per l’edilizia secondo Alan M. Lytle, Jonathan B. O’Brien e Camel S. Saidi (2008)

La prima categoria comprende i cosiddetti robot teleguidati.
Essi non hanno la capacità di funzionare autonomamente ma necessitano di essere pienamente controllati in ogni momento dagli esseri umani. La seconda categoria comprende tutti i robot programmabili e controllati da computer che sono, ad esempio, dotati di sensori. La terza categoria si riferisce ai robot intelligenti che sono in grado di lavorare in modo semi o completamente autonomo. Diamo un’occhiata a queste tre categorie di robot per l’edilizia prendendo in considerazione una macchina specifica che soddisfa anche le caratteristiche distintive per i robot: l’escavatore.

• Un esempio di robot per l’edilizia teleguidato è il classico escavatore, che viene controllato manualmente dall’uomo senza aiuti intelligenti di supporto. L’escavatore è quindi intelligente solo quanto l’essere umano che lo aziona.
• Il comando dell’escavatore 3D è un buon esempio di un robot per l’edilizia, ovvero l’escavatore, programmabile. Ad esempio, una stazione permanente GPS può fornire dati di posizione e correzione per tutte le macchine dotate di GPS presenti in cantiere e il comando della macchina 3D nell’escavatore utilizza questi dati per calcolare tutte le informazioni necessarie per lo scavo.
• E cosa distingue un escavatore intelligente? Ebbene, un esempio è fornito dalla società americana Build Robotics con escavatori altamente intelligenti, che possono eseguire i lavori con l’aiuto di computer, sensori e intelligenza artificiale senza l’assistenza umana. In questo caso l’operatore dell’escavatore assume il ruolo di supervisore.

In conclusione, è vero che oggi la robotica è presente solo in maniera marginale sul cantiere, questo soprattutto per l’alta complessità di questo ambiente. Ma la storia ci dice che è proprio la dove
la sfida è complessa che l’ingegno agisce con ancora maggiore impegno quindi certamente il futuro ci riserverà, anche nel mondo della costruzione, grandi sorprese.


Articolo a cura di SSIC TI

L’Uzbekistan, questo grande Paese sconosciuto

La Svizzera rappresenta il primo mercato d’esportazione dell’Uzbekistan, Stato dell’Asia centrale. Un Paese che offre delle prospettive di crescita importanti, un’economia forte, uno sviluppo demografico marcato e una piazza in via d’industrializzazione tutta da scoprire.

Un panorama di Tashkent, capitale dell’Uzbekistan

L’Uzbekistan fa parte dello stesso gruppo della Svizzera presso la Banca mondiale, dove i rappresentanti delle due nazioni si incontrano. La Banca mondiale prevede nel suo caso una crescita del PIL annuale del 5% per il periodo attuale, confermando il fatto che l’ex Repubblica sovietica è ormai una delle economie con lo sviluppo più veloce al mondo. Il Paese conta circa 33 milioni di abitanti di cui il 65% parla l’uzbeco, la lingua turca ufficiale. Una minoranza della popolazione è russa e il russo è diffuso come lingua di comunicazione sebbene l’inglese inizi sempre di più a prendere piede. A queste si aggiungono altri gruppi e lingue come i Tadjiks, i Kazaki, i Tatari e i Caracalpachi. Circa il 37% della popolazione uzbeka vive nelle città e il 63% in campagna. La maggioranza è in età lavorativa e rappresenta il 57% del totale, mentre il 7% sono pensionati. La crescita demografica è aumentata dell’1,7% (2015) e la speranza di vita si attesta a 64 anni.

Le prospettive di sviluppo a lungo termine di questa nazione situata sulla via che collega la Cina e il Mediterraneo sono positive: una crescita economica vigorosa, un basso debito nazionale, importanti riserve di valute estere e d’oro e da ultimo, ma non meno importante, stupende ricchezze naturali. Esso possiede importanti giacimenti di gas naturali, d’oro, d’uranio e di rame. Grazie anche a un’economia diversificata, nessun settore rappresenta più del 20% del prodotto interno lordo. L’Uzbekistan è tra i primi dieci produttori ed esportatori di cotone. Tra il 2004 e il 2016 l’economia di questo Paese ha visto una crescita annuale dal 7 al 9%. Nell’anno a venire la crescita economica dovrebbe raggiungere una media del 5,5%.

Riforme in corso

Dalla capitale Tashkent, il Presidente Shavkat Mirziyoyev, in carica dal 2016, ha avviato riforme ambiziose: l’iperinflazione – ossia una situazione di inflazione particolarmente elevata tanto da indurre i consumatori ad usare valuta estera e le riforme in ambito legale e fiscale sono state ben accolte dalle società uzbeka. La Nazione si concentra sull’imprenditoria, la privatizzazione e l’apertura.
Le relazioni con i Paesi vicini si sono normalizzate. I risultati di questo operato si notano: l’Uzbekistan è progredito dal 166° posto (2012) al 69° posto (2019) nella classifica “Doing Business” della Banca mondiale. Negli anni a venire si attende un afflusso di investimenti diretti esteri pari a 65 milioni di dollari americani.

Relazioni con la Svizzera

Il fatto che l’Uzbekistan faccia parte dello stesso gruppo della Svizzera presso la Banca mondiale è piuttosto aneddotico. Il legame commerciale tra i due Paesi è molto più importante. Sui 14 miliardi di dollari d’esportazione dell’Uzbekistan, più del 18% sono destinati alla Svizzera, seguita dal Regno unito (17%) e dalla Russia (14%). Per quanto riguarda le importazioni, invece, sui 21 miliardi di dollari, il 23% provengono dalla Cina. La parte che tocca la Confederazione è inferiore all’1% e il volume delle importazioni da questo Paese ammonta a 148 milioni di dollari l’anno (cifre sono intese per l’anno 2019).

“Mercato di confine”

Gli investimenti svizzeri in questo Paese agroindustriale sono aumentati più del 200% nel corso degli ultimi 10 anni; anche le importazioni uzbeke sono incrementate. Solo 10 anni fa, il Paese acquistava 60 milioni di dollari di merce all’anno in Svizzera. I piccoli volumi, il carattere unilaterale e la crescita rapida sono le proprietà evidenti di questo “mercato di confine”, con una rapida industrializzazione.

Fare affari con Paesi come questo può anche comportare dei rischi, ma i successi sono altrettanto significativi. Purtroppo, la poca conoscenza dello Stato, della sua economia e del mercato tende anche a mascherare le opportunità.

Fonte: Testo di Henrique Schneider, USAM; adattamento Cc-Ti

Il Chief Happiness Officer e le organizzazioni positive

È innegabile che nel mondo delle organizzazioni è in atto un cambiamento. In questo contesto storico di grandi sfide sociali, politiche ed economiche sempre più aziende a livello mondiale perseguono, oltre ai risultati di business, degli obiettivi ad impatto sociale positivo. Fioriscono nuovi modelli di economia e di organizzazione di impresa con obiettivi sociali ed ecosistemici. Nelle università più prestigiose come Harvard, Berkeley e Yale vengono proposti corsi inerenti la “Scienza della felicità”.

In un’organizzazione felice, il team lavora per lo stesso obiettivo.

Il benessere e la felicità in azienda sono ormai diventate una necessità per le organizzazioni. Diversi studi e ricerche testimoniano come aumentare il benessere aziendale e la felicità del proprio capitale umano ha un ritorno economico importante. Una recente ricerca ha infatti dimostrato che la felicità e la soddisfazione sul lavoro dei propri collaboratori aumentano la produttività del 12% (Saïd Business School). Per le aziende che desiderano assicurarsi lunga vita e garantirsi il successo si tratta di passare dal modello organizzativo convenzionale al modello culturale delle organizzazioni positive. I vantaggi per le aziende che aderiscono a questo modello sono molteplici: oltre all’aumento della produttività aumentano anche la capacità di innovare (+300%, HRB) e il senso di appartenenza (+44%, Gallup), diminuendo allo stesso tempo il turnover. Se tutto questo non bastasse Shawn Achor (scrittore statunitense conosciuto per la sua filosofia della psicologia positiva) nel suo libro “Il vantaggio della felicità” ci conferma che, dagli studi condotti ad Harvard, la formula che da sempre ci accompagna “Sarò felice quando avrò successo” risulta errata e deve essere costituita con quella opposta: “Avrò successo quando sarò felice”.

Il Chief Happiness Officer

Ma come fare per diventare un’organizzazione positiva e coniugare così business a benessere? È qui che entra in gioco la figura del Chief Happiness Officer (CHO). Questa figura emergente accompagna organizzazioni e aziende nella trasformazione culturale necessaria. Il CHO è un esperto di organizzazioni positive e possiede le competenze e abilità necessarie per accompagnare organizzazioni, team e persone in un processo di miglioramento. Utilizza un approccio integrato che fa interagire tra loro i processi organizzativi, i comportamenti e la cultura aziendale generando coerenza. Il CHO non è quindi un ruolo puramente simbolico ma strategico, per questo motivo è importante che venga riconosciuto nella sua funzione. La sua formazione gli permette di avere una visione dell’organizzazione nella sua complessità per capire e interpretare il suo costante cambiamento. Non dimentichiamo che l’azienda è un organismo vivente in continua evoluzione.

Le organizzazioni positive

“L’organizzazione positiva è un luogo in cui le persone fioriscono in relazione con altre e ottengono risultati individuali e collettivi che hanno senso e superano le aspettative” (D. Di Ciaccio e V. Gendinari, “La Scienza delle organizzazioni positive”). Un’organizzazione positiva ha tra le priorità strategiche il benessere del proprio capitale umano e la positività. A questo punto mi sembra necessario chiarire alcuni elementi chiave della “Scienza della felicità”, delle organizzazioni positive e del CHO. Per prima cosa il capitale umano: il capitale umano non indica unicamente i collaboratori dell’azienda, come spesso erronamente si pensa, bensì tutte le persone che hanno a che fare con l’azienda: fornitori, clienti, stakeholders sul territorio. Questo significa avere una visione di insieme che permetta di scegliere, disegnare e gestire pratiche e processi che generino positività, felicità e benessere.

La definizione di felicità a cui siamo abituati a pensare è quella di un momento di piacere in relazione con fattori esterni, la teoria della felicità edonica. C’è però un’altra teoria studiata dalla Scienza della felicità, ed è la felicità eudaimonica. Una felicità cioè che può e deve essere ricercata e costruita in modo volontario, scegliendo alcune pratiche e allenandole con costanza nel tempo. È in quest’ottica che la felicità entra in azienda.

Un altro mito da sfatare è che la felicità dei collaboratori passa unicamente da quelle pratiche rivolte direttamente al loro benessere, che è sicuramente una cosa necessaria ma non basta. Bob Chapman (CEO di Barry-Wehmiller) dice: “La figura del capo è più importante per la salute di quanto lo sia il medico di base. Se miglioriamo le relazioni sul lavoro ci ammaliamo meno e ci guadagniamo tutti.”

I leader sono infatti delle figure fondamentali, non esistono organizzazioni positive senza leader positivi. Il CHO accompagna i leader a diventare leader positivi in grado di sostenere e guidare i collaboratori e l’azienda.

I leader positivi saranno poi in grado di creare relazioni di fiducia con i collaboratori, favoriranno la crescita personale e la responsabilità di ognuno. Infine anche l’idea che per realizzare questo
cambiamento occorrano grossi investimenti finanziari è da smentire. Per fare sentire i propri collaboratori partecipi, coinvolti, soddisfatti non sono necessari grossi investimenti ma bastano alcune pratiche ben calibrate e costantemente monitorate. Ricordiamoci inoltre che per innescare un cambiamento così importante è necessario procedere a piccoli passi e con tempi adeguati. Sebbene la neoplasticità del cervello sia dimostrata occorre però dagli il tempo necessario per adeguarsi. Forzare un cambiamento culturale significa andare incontro ad un fallimento.

Il CHO è preparato, conosce i livelli evolutivi e sa portare i giusti cambiamenti adeguandoli all’azienda in cui opera e ne controlla costantemente l’effetto. Se per le grandi organizzazioni occuparsi della felicità in azienda è ormai una scelta necessaria, per le piccole e medie imprese un CHO quale consulente, che operi a stretto contatto con i leader, si può rivelare una scelta vincente.


La top ten dei Paesi più felici al mondo

Le Nazioni Unite hanno stilato una classifica composta dalle Nazioni più felici al mondo, che si distinguono per condizioni di vita e felicità diffusa tra gli abitanti. È quanto emerge dal “World Happiness Report”, dove la Svizzera si classifica al terzo posto, dopo Finalandia e Danimarca. In questo documento si analizzano 158 nazioni e tiene conto di diversi fattori, quali: reddito pro-capite; aspettativa di vita; tasso di criminalità e corruzione; livello di istruzione e tasso di occupazione.


Approfondimento sul tema
Nelle risorse umane definiamo normalmente tre “pilastri” che abbracciano questa disciplina: il team building, la formazione e il benessere del dipendente. Quando questi tre elementi sono allineati possiamo parlare di «azienda felice». La Cc-Ti ha dedicato un webinar a questo tema lo scorso luglio. È possibile rivedere l’evento e approfondire quanto emerso tramite questo link.

Articolo a cura di Monica Garbani-Nerini, CHO e collaboratrice del Segretariato CFC / FSEA

Indicazioni utili

Una raccolta di informazioni per le aziende relative alla situazione d’emergenza Covid-19. Articolo aggiornato periodicamente.


Raccomandazioni dell’Ufficio Federale della salute pubblica

Promemoria e liste di controllo per la sicurezza e la tutela della salute sul posto di lavoro
Comportamento corretto da assumere in azienda per evitare contagi da Covid-19
Ordinanza 2 sui provvedimenti per combattere il coronavirus (COVID-19)

Materiale informativo: per la sensibilizzazione delle aziende

Un flyer informativo e un video esplicativo preparati dalla Divisione dell’Economia del Canton Ticino per sensibilizzare le aziende sul tema ‘lavoro & Covid-19’.

Certificazione aziendale/autocertificazione per lavoratori frontalieri

Certificazione aziendale (esempio)

Collaboratori italianiAutocertificazione del dipendente (ITALIA) – Certificazione datore di lavoro (ITALIA)

Nel documento, che deve essere firmato dal cittadino e dall’operatore di polizia, chi vuole spostarsi deve indicare che il viaggio è determinato da una di queste quattro motivazioni: “Comprovate esigenze lavorative; situazioni di necessità; motivi di salute; rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”. Se i riscontri delle forze dell’ordine saranno negativi scatterà la denuncia che prevede l’arresto fino a tre mesi e una denuncia per reati dolosi contro la salute pubblica.

Consigli di viaggio e rappresentanze – entrata in Svizzera dall’estero

Coronavirus: entrata in Svizzera
Entrata in Svizzera – Modulo di notifica del test dopo 4-7 giorni

L’applicazione “Travel – Admin”
Sito del Dipartimento federale degli affari esteri DFAE – Raccomandazioni del Consiglio federale

AIL introduce la dilazione dei pagamenti

Più tempo per saldare le bollette, consumi stimati e Contact Center sempre a disposizione: il Contact Center è sempre a disposizione della clientela al numero di telefono 058 470 70 70, dal lunedì al venerdì (08:30 – 12:00 e 13:30 – 17:00) e per email.

Modifica temporanea dell’ordinanza sulla firma elettronica

Comunicato stampa – Amministrazione federale

Nuove procedure inerenti le prestazioni assistenziali e gli assegni familiari integrativi e di prima infanzia (AFI/API)

Comunicato stampa – Dipartimento della sanità e della socialità

Segreteria di Stato della migrazione SEM

Aggiornamenti e news

Assicurazione svizzera contro i rischi delle esportazioni

Comunicato stampa del Consiglio federale del 12.8.2020

Uso delle mascherine nello spazio pubblico – infografica

Ritrovate l’articolo con tutti i dettagli aggiornati sulle informazioni per le aziende