Pensionamento flessibile nel regime del 1° pilastro

La riforma dell’AVS 21, che è entrata in vigore il 1° gennaio 2024, prevede una maggiore flessibilità nel pensionamento. Ad esempio, il termine “età pensionabile” è stato sostituito da “età di riferimento”, per designare il momento in cui gli assicurati possono richiedere la rendita di  vecchiaia senza essere soggetti a una riduzione per il pensionamento anticipato o a un supplemento per il differimento

Data la complessità della materia e le numerose specificità ed eccezioni, la presente scheda fornisce una panoramica delle nuove possibilità offerte dal primo pilastro, tenendo presente che il primo pilastro è solo uno dei fattori che entrano in gioco nel determinare le risorse disponibili al momento del pensionamento.

Pensionamento all’età di riferimento

L’età pensionabile di riferimento sarà gradualmente innalzata da 64 a 65 anni per le donne, con misure di compensazione per le donne nate tra il 1961 e il 1969. Queste possono assumere varie forme, tra cui prestazioni pensionistiche migliori in determinate situazioni, non soggette al massimale per le donne sposate. Tutti i futuri pensionati devono presentare una richiesta al fondo di compensazione competente alcuni mesi prima del raggiungimento dell’età di riferimento per attivare il pagamento della pensione.

Pensionamento anticipato

  • Anticipo totale
    È ora possibile percepire la pensione in anticipo a partire dal primo giorno del mese successivo al compimento del 63° anno di età. È possibile scegliere di percepire la pensione in anticipo, per intero o in parte. In questo caso, la pensione viene calcolata in modo normale, tenendo presente che la pensione anticipata è generalmente parziale, in assenza di un periodo completo di contributi. L’importo della pensione così calcolato viene poi ridotto di una percentuale che dipende dalla durata del periodo di prepensionamento. Durante il periodo di prepensionamento è necessario continuare a versare i contributi AVS, se necessario, come persona non attiva.
  • Anticipo parziale
    È ora possibile percepire tra il 20% e l’80% della pensione di vecchiaia prima di raggiungere l’età di riferimento. Durante il periodo di anticipazione, è possibile aumentare una volta la percentuale anticipata. In questo caso, il calcolo viene effettuato come per il prelievo anticipato completo.
  • Fine dell’anticipazione
    Al raggiungimento dell’età di riferimento, viene calcolata la pensione di vecchiaia definitiva, tenendo conto dei contributi versati durante il periodo di prepensionamento. Una volta stabilito l’importo della pensione, questo viene ridotto in base alla durata del periodo di pensionamento anticipato.
    Al momento del decesso dell’assicurato che ha versato la pensione anticipata, la pensione della vedova, del vedovo o dell’orfano che gli succede non viene ridotta.

Rinvio del pensionamento

  • Rinvio totale
    Chi raggiunge l’età di riferimento può differire la riscossione della pensione di vecchiaia da uno a cinque anni. Ciò consente di ricevere una pensione di vecchiaia maggiorata, a seconda della durata del differimento. Il meccanismo è quindi inverso a quello dell’anticipazione. Il differimento non può essere inferiore a un anno. Nel caso di assicurati coniugati, l’aumento legato al differimento non è influenzato dal massimale della pensione. Il differimento può riguardare la totalità o una parte della pensione, senza che sia necessario stabilire in anticipo la durata del differimento. Dopo un anno di differimento, è possibile revocarlo, in tutto o in parte, e ottenere il pagamento della pensione a partire dal mese successivo alla revoca. Tuttavia, il differimento non è possibile se l’assicurato percepisce una pensione di invalidità totale o un’indennità di frequenza.
  • Rinvio parziale
    Il differimento può riguardare solo una parte della pensione, dal 20% all’80% della stessa. Questa percentuale può essere ridotta una volta durante il periodo di differimento, ma non aumentata. Se una parte della pensione è stata anticipata, è possibile differire solo il saldo.
  • Fine del rinvio
    Il differimento termina quando l’assicurato revoca la rendita. La revoca si considera avvenuta anche quando è trascorso il periodo massimo di cinque anni, precisando che l’assicurato deve richiedere espressamente il pagamento della pensione. Anche la concessione di un assegno di invalidità o il decesso dell’assicurato pone fine al differimento. Le pensioni di reversibilità che seguono una pensione di vecchiaia differita non vengono aumentate.

Fonte: CVCI, Demain, agosto/settembre 2024. Traduzione ed adattamento: Cc-Ti

USA: dazi del 25% su acciaio e alluminio, senza eccezioni o esenzioni

Trump ha firmato i nuovi ordini esecutivi che fissano al 25% l’aliquota di dazio ad valorem aggiuntiva sui prodotti in alluminio e in acciaio, estendendola anche ai prodotti derivati. Le misure pongono altresì fine alle esenzioni, ai contingenti o ai contingenti tariffari di cui beneficiavano alcuni Paesi e alle esclusioni specifiche per prodotto. Tutti i dettagli nei Proclami 10895 e 10896 pubblicati il 18 febbraio nel Registro Federale. Le misure si applicano dal 12 marzo 2025.

Il 10 febbraio 2025, il presidente Trump ha firmato nuovi ordini esecutivi che, ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, assoggettano i prodotti in acciaio e in alluminio importati negli Stati Uniti a un dazio ad valorem aggiuntivo del 25% a partire dal 12 marzo 2025, ampliando altresì l’ambito di applicazione agli articoli trasformati. Gli ordini eliminano anche le esenzioni dai dazi accordate a determinati Paesi e le esclusioni di prodotto concesse. Queste ultime rimangono in vigore solo fino alla data di scadenza o fino al raggiungimento del volume del contingente tariffario, a seconda di quale evento si verifichi per primo.

Alla U.S. Customs and Border Protection (CBP), l’autorità che controlla le frontiere, è affidato il compito di identificare e perseguire eventuali pratiche di evasione, come classificazioni errate di prodotti e/o trasformazioni di prodotto volte esclusivamente ad aggirare i dazi. Gli importatori di prodotti derivati dall’acciaio e dall’alluminio saranno tenuti a fornire alla CBP tutte le informazioni necessarie per identificare il contenuto utilizzato nella fabbricazione di tali articoli.

Alluminio

Dal 12 marzo 2025 tutti i prodotti in alluminio e i derivati dell’alluminio sono soggetti a un’aliquota di dazio ad valorem aggiuntiva del 25% (invece del 10%), indipendentemente dal Paese di origine. È prevista un’eccezione per i derivati dell’alluminio lavorati in un altro Paese a partire da articoli in alluminio fusi e colati negli Stati Uniti.

L’elenco dei prodotti interessati da questa misura, e identificati tramite la voce di tariffa doganale HTSUS è riportato nell’allegato 1 del Proclama 10895. In sostanza, ben 19 linee tariffarie del capitolo 76 sono interamente assoggettate al dazio del 25%.

Nell’allegato 1 figurano anche derivati dell’alluminio (articoli trasformati) classificati nei capitoli 66, 83, 84, 85, 87, 88, 90, 94, 95 e 96: per questi prodotti il dazio addizionale ad valorem si applica solo alla percentuale di alluminio contenuta.

Acciaio

Dal 12 marzo 2025, tutte le importazioni di prodotti siderurgici di cui alla voce 9903.80 dell’HTSUS saranno soggette a un’aliquota di dazio ad valorem aggiuntiva del 25% indipendentemente dal Paese d’origine.

Il dazio aggiuntivo del 25% si applica anche ai derivati dell’acciaio elencati tramite voce di tariffa doganale HTSUS nell’allegato 1 del Proclama 10896. Trattasi di 155 prodotti del capitolo 73. Nell’allegato 1 figurano anche alcuni derivati dell’acciaio che non rientrano nel capitolo 73 dell’HTSUS: trattasi di alcune voci dei capitoli 84, 85 e 94. Per questi prodotti il dazio addizionale ad valorem si applica solo alla parte di acciaio.

È prevista un’eccezione per i derivati dell’acciaio lavorati in un altro Paese a partire da articoli in acciaio fusi e colati negli Stati Uniti.

Altri documenti utili:

Fact Sheet: President Donald J. Trump Restores Section 232 Tariffs – The White House

Il licenziamento in tronco di un dipendente già licenziato in modo ordinario

Scheda redatta dall’Avv. Michele Rossi, Delegato alle relazioni esterne Cc-Ti.

I contratti di lavoro possono essere conclusi per una durata determinata o indeterminata. In caso di durata determinata cessano di esplicare effetti giudici allo scadere del tempo previsto. Per contro, nel caso di durata indeterminata la fine del contratto presuppone una disdetta.

La  disdetta è un atto formale con il quale una delle parti al contratto notifica all’altra la sua in tenzione di porre fine al rapporto di lavoro. Proseguendo con i distinguo, la disdetta può essere ordinaria o straordinaria. Quella ordinaria non presuppone alcun motivo da parte di chi la notifica e deve rispettare i termini di preavviso contrattuali. La disdetta straordinaria ha per contro un effetto immediato, nel senso che il contratto prende immediatamente fine, ma deve fondarsi su motivi gravi. Sono reputati gravi in particolare, quelle circostanze che non permettono per ragioni di

buona fede di esigere da chi dà la disdetta che abbia a continuare nel contratto. Si tratta di situazioni in cui il rapporto di fiducia tra le parti è irrimediabilmente compromesso.

Nella realtà può succedere che in determinate situazioni i due tipi di disdetta vengano utilizzati entrambi. In una sua sentenza (4A_546/2023) il Tribunale federale si è infatti occupato di un caso in cui un dipendente era inizialmente stato licenziato in modo ordinario e successivamente, durante il termine di preavviso, una seconda volta con effetto immediato. Infatti, dopo aver proceduto alla disdetta nel rispetto del termine ordinario di preavviso, il datore di lavoro aveva riscontrato alcune situazioni a suo parere incompatibili con il contratto di lavoro ancora in essere, e aveva pertanto proceduto in un primo tempo ad ammonire formalmente la persona e cinque giorni dopo ad un licenziamento in tronco.

È possibile procedere in tal modo? Se un dipendente ha già ricevuto una disdetta ordinaria può, durante il termine di preavviso, ricevere una seconda disdetta con effetto immediato che pone fine seduta stante, prima della scadenza, al rapporto di lavoro?

Il Tribunale federale ha detto di sì, ma in queste situazioni i motivi alla base del licenziamento devono essere particolarmente gravi. In altre parole, la valutazione circa l’esistenza di gravi motivi atti a giustificare un licenziamento in tronco deve essere effettuata in modo più severo se la persona ha già ricevuto una disdetta ordinaria. In effetti nel caso di una persona già licenziata in modo ordinario l’orizzonte temporale del rapporto lavorativo è già determinato ed è nota la data della cessazione del contratto. Per quale ragione è quindi necessario un ulteriore licenziamento in tronco? Non è sufficiente attendere lo scadere naturale del termine di disdetta? Queste sono le domande a cui è necessario rispondere in modo convincente per poter giustificare il secondo licenziamento.

Nel caso concreto il Tribunale federale ha inoltre considerato che il secondo licenziamento è intervenuto solo cinque giorni dopo l’ammonimento e che quindi non vi fosse una reale volontà del datore di lavoro di correggere il comportamento del dipendente ma piuttosto di anticipare la data della fine del contratto. Anche per questa ragione il datore di lavoro non avrebbe potuto ricorrere a una seconda disdetta con effetto immediato. In conclusione, bisogna essere particolarmente prudenti quando si intende procedere in questo modo. A volte meglio lasciar scadere il termine di disdetta ordinario che vedersi coinvolgere in lunghe procedure giudiziarie.

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PtX (Power-to-X), dall’elettricità ai carburanti sintetici (e-Fuel)

Entro il 2050, la Svizzera dovrebbe raggiungere zero emissioni di CO2. I settori che ancora generano emissioni di CO2 attraverso la combustione di carburanti fossili dovranno compensarle con altre misure. Con una quota del 33%, il traffico stradale è considerato uno dei maggiori produttori di CO2. È quindi necessario un intervenire in modo incisivo per raggiungere questo obiettivo ambientale

Oggi i veicoli elettrici sono l’unica tecnologia che permette di ridurre in maniera decisa le emissioni. Considerando l’intero ciclo d’impatto, tank-to-wheel o well-to-wheel, questo risulta ottimale solo per le propulsioni elettriche, a condizione che l’energia utilizzata venga prodotta a emissioni zero. Questa visione, sostenuta dai politici, è però ben lontana dalla realtà. Finché in Europa si utilizzeranno combustibili fossili per produrre elettricità, anche le BEV risulteranno solo parzialmente rispettose in termine di emissioni. Inoltre, le immatricolazioni di auto nuove  mostrano che le vendite di BEV sono stagnanti. L’apertura tecnologica è quindi essenziale per fare in modo che la transizione ecologica riprenda vigore. La Svizzera è più avanti dell’Europa quando si parla di decarbonizzazione: la legge sulla CO2 presuppone che l’energia elettrica sia a zero emissioni e considera gli e-Fuel come parte della soluzione. Per e-Fuel si intendono i carburanti sintetici nei quali gli idrocarburi (HC) sono costituiti da carbonio (C) estratto dalla CO2 e da idrogeno (H2) ricavato dall’acqua (H2O). Questa trasformazione è nota anche come PtX,  ovvero trasformazione dell’energia elettrica in combustibile (Power-to-Gas o Power-to-Liquid). Se la produzione prevede l’utilizzo di sola elettricità rinnovabile, si parla anche di refuel (combustibile rinnovabile).

La combustione degli e-Fuel produce comunque CO2, ma solo nella quantità che è stata prelevata dall’atmosfera per produrre il carburante stesso. Questo rende neutra la quantità di CO2 prodotto. Un’altra opportunità è l’idrogeno (H2), che può essere convertito in elettricità nelle celle a combustibile o utilizzato come carburante nei motori a combustione.
Lo scorso anno il nostro è stato il primo paese a considerare i carburanti sintetici nella propria legislazione sulle emissioni di CO2. Questo apre la strada a nuovi veicoli con alimentazione alternativa. Purtroppo, però lo sviluppo della produzione di elettricità da fonti rinnovabili è in ritardo. Se tutti i settori (trasporti, riscaldamento, calore industriale) dovessero passare totalmente all’energia elettrica, non ci sarebbe una capacità di produzione sufficiente. L’assenza poi di un accordo sull’elettricità con l’UE renderebbe difficile pianificare le quantità da importare.
Inoltre, l’aumento di capacità produttiva e di sistemi di distribuzione dell’energia è frenato dalle numerose opposizioni ai futuri progetti. La via è quindi quella dello sfruttamento di più fonti energetiche quali fotovoltaico, eolico, idrico, biomassa, solare termico e geotermico. È solo con uno sviluppo coordinato di queste fonti che sarà possibile produrre energia elettrica sostenibile.

Grazie all’abbinamento intelligente e alla conversione in energia immagazzinabile (e-Fuel) la produzione in eccesso da fonte rinnovabile potrà essere immagazzinata in modo sostenibile. In questo modo sarà possibile coprire il fabbisogno energetico previsto per il 2050 (30-60 TWh).
Oltre ai requisiti tecnici standard, anche la compatibilità con i motori attuali e la facilità di immagazzinamento sono fondamentali per gli e-Fuel.

I requisiti legali sono definiti nell’Ordinanza sulla messa in commercio di combustibili e carburanti rinnovabili o a basse emissioni (OCoCr). Questa si basa a sua volta sulla “Direttiva Europea sulle Energie Rinnovabili III” (Direttiva – UE – 2023/2413), la quale si pone i seguenti quattro obiettivi:

  • Sostenibilità: l’elettricità per la produzione deve provenire da fonti rinnovabili.
  • Abbinamento diretto: l’impianto di produzione PtX deve essere direttamente correlato a queste fonti di produzione rinnovabili.
  • Approvvigionamento di CO2: basato solo su fonti biogeniche o dalla cattura diretta dall’aria.
  • Obiettivo di riduzione: le emissioni di CO2 devono essere ridotte di almeno il 70% lungo l’intera catena di produzione.

Realisticamente, oggi non è possibile produrre una quantità sufficiente di elettricità “pulita”. Per produrre il fabbisogno della Svizzera di e-Fuel, sarebbero necessarie aree dell’ordine di 600-1’200 km2 nelle quali installare milioni di pannelli fotovoltaici. L’Empa sta valutando la produzione di carburanti sintetici in Oman, grazie anche alla collaborazione partner esterni (tra i quali anche la Ticinese Synhelion). L’Oman ha destinato 50’000 km2 di deserto alla produzione di idrogeno e di e-Fuel.

Non possiamo comunque aspettarci che intere aree desertiche vengano completamente coperte da impianti fotovoltaici. Il ciclo dell’efficienza è pure fondamentale. In questo senso il vantaggio delle BEV nel confronto well-to-wheel (dal foro di trivellazione alla ruota) rispetto, ad esempio, ai veicoli a idrogeno (H2, Fuel-Cell, FC) e ai veicoli a combustione di e-Fuel, è innegabile.
Grazie alla loro elevata efficienza, nessun’altra propulsione può eguagliare i risultati in termini di rendimento. Per contro, lo stoccaggio problematico e la volatilità della produzione di energia elettrica, possono essere risolti grazie al PtX. Per quanto riguarda gli e-Fuel la Svizzera non ha la capacità di produrre le quantità di carburanti sintetici di cui avrà bisogno in futuro. L’unica opzione praticabile è quella di importarli, ciò che significa dipendere comunque dalle forniture estere.

L’apertura tecnologica e l’abbinamento intelligente delle fonti energetiche permetteranno di raggiungere gli obiettivi e faranno sì che in futuro i veicoli, compresi quelli d’epoca, grazie alla miscelazione dei carburanti fossili con gli e-Fuel produrranno sempre meno emissioni di CO2.

CRASH TEST

Quale epoca industriale?

Da sin.: Jvan Jacoma, Managing Director/CEO  P911 AG – Sports Cars Sales & Service AG; Andrea Gehri, Presidente Cc-Ti; Gian Luca Pellegrini, Editor in Chief Quattroruote; Marcello Foa, Giornalista; Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti e Marco Martino, Responsabile economiesuisse per la Svizzera italiana

Parlare di crisi dell’automobile europea è probabilmente riduttivo, nel senso che si tratta di un ramo industriale di importanza sistemica per il nostro continente. E non solo per la Germania, al momento la più colpita, ma anche per la Svizzera che conta molte aziende e molti posti di lavoro legati alle forniture proprio per questo settore. E gli effetti della crisi tedesca li stiamo già subendo da qualche tempo, con prospettive decisamente negative per il futuro prossimo. Il tema è pertanto stato approfondito nel contesto di un’edizione dell’evento “CEO Experience” tenutosi qualche settimana fa e riservato a titolari e dirigenti d’azienda. Evento che la Cc-Ti organizza regolarmente con i partner BancaStato, economiesuisse e Sunrise e che per l’occasione è stato ospitato da Sports Cars Sales & Services SA di Grancia, concessionario ufficiale Bentley e Lamborghini e quindi attore in prima linea sul delicato tema del mercato automobilistico. Ospite della serata è stato il Direttore della prestigiosa rivista specializzata italiana Quattroruote, Gian Luca Pellegrini, intervistato dal noto giornalista e docente universitario Marcello Foa. Qui di seguito i contenuti essenziali dell’incontro.

Penuria di semiconduttori e caro energia prima, la concorrenza cinese poi, ma soprattutto la transizione verde, decisa dall’Unione Europea (UE), con la messa a bando dal 2035 dei veicoli a benzina e diesel, hanno fatto sprofondare l’industria automobilistica europea in una crisi senza precedenti. Crollano le vendite, i grandi marchi fermano la produzione in molti stabilimenti e annunciano chiusure e drastici tagli del personale.

Mentre il presidente Trump negli USA annuncia lo stop al Green Deal e agli incentivi per le auto elettriche, Bruxelles, sotto la pressione di molti governi, ha avviato un “Dialogo strategico” con il mondo dell’automotive da cui dovrebbe scaturire un “Piano di azione globale”, che sarà presentato ufficialmente il prossimo 5 marzo, al fine di affrontare tutte le criticità emerse sinora e cercare di garantire un futuro al settore dell’auto.

Una crisi che l’Europa ha provocato in gran parte da sola vietando tassativamente i motori endotermici e imponendo d’ufficio quelli elettrici.  

“Senza tener conto delle implicazioni di un simile divieto e senza una visione strategica per supportare adeguatamente il delicato passaggio all’elettrificazione della mobilità”, ha appunto sottolineato Gian Luca Pellegrini che ha messo a fuoco le contraddizioni tra la ragionevole aspirazione alla sostenibilità ambientale e una transizione a marce forzate che ha già prodotto conseguenze devastanti per il comparto dell’auto e il suo indotto.

Numeri da brivido

Nell’agosto scorso nell’UE si è toccato il fondo con il 18,3% in meno di immatricolazioni di nuove auto, rispetto allo stesso mese del 2023, con perdite sino al 28% in Germania e del 24% in Francia. Il crollo è stato particolarmente brusco per i veicoli elettrici, considerati la punta di diamante della nuova mobilità ecologica imposta da Bruxelles. Sempre nell’agosto 2024 il comparto EV (Electric Vehicle) ha subito un calo del 43,9 % delle vendite al confronto del 2023, con flessioni allarmanti in Germania (-69%), Francia (-31%) e Italia (-41%). La quota di mercato dell’elettrico è scesa dal 21% di due anni fa al 14,4% del 2024. Dopo tre anni di crescita, spinta dai sussidi pubblici, l’elettrico si è bloccato. Costo eccessivo, scarsa autonomia, stazioni di ricarica insufficienti e deprezzamento dell’usato ne scoraggiano l’acquisto. Tant’è che molti gruppi hanno deciso di ridurne la produzione.

Gli EV frenano anche in Svizzera con una quota di mercato scesa sotto il 20% nel 2024 (in Ticino 11,2%), nonostante il nostro Paese offra il vantaggio di una delle più fitte reti pubbliche di ricarica del Continente, che dovrebbe rappresentare un incentivo per la scelta di un e-car.

In buona sostanza sembra che il mito dell’auto elettrica si vada indebolendo. Consumatori e mercato hanno di fatto sconfessato la politica dell’UE che ha voluto determinare la scelta dell’auto, senza tener conto della complessità delle dinamiche industriali, delle preferenze dei consumatori e delle loro possibilità economiche.

Al danno si aggiunge la beffa: chi sceglie l’elettrico molto probabilmente ora si orienterà su un’auto cinese, molto più economica e con un software molto più performante rispetto ai prodotti europei, tanto da aver già acquisito una posizione leader a livello mondiale. Anche grazie al fatto che Pechino ha il pieno controllo della disponibilità di terre rare e altre materie prime necessarie per la produzione degli EV. La Corte dei conti europea aveva a suo tempo avvertito Bruxelles: puntare esclusivamente sulle auto elettriche significava perdere sovranità economica, in altre parole consegnarsi alla Cina. Un avvertimento rimasto, purtroppo, inascoltato.

Perdita di competenze

Con l’obbligo del full electric si sono annullati la supremazia tecnologica e quel know-how che da oltre un secolo erano il vanto della nostra industria dell’auto e che avevano già portato allo sviluppo di motori endotermici con emissioni prossime allo zero. Ora la grande sfida per i produttori europei è di ricostruire una catena di valore in grado di competere con la Cina che nell’elettrico è avanti di almeno trent’anni e ne controlla tutta la filiera, rappresentando ormai una concorrenza temibile anche nella produzione di auto tradizionali, al punto da mettere in difficoltà alcuni famosi marchi giapponesi.

Una volta si diceva che l’America innova, la Cina produce e l’Europa regola. Oggi si può dire che gli USA continuano ad innovare, i cinesi, oltre a produrre innovano anche, mentre l’UE ha solo accentuato la sua furia regolamentatrice.

Per sostenere la vendita di veicoli elettrici sono stati concessi, e si chiedono ancora, sussidi pubblici. Allo stesso tempo però Bruxelles impone dei dazi sino al 35-40% sulle auto elettriche cinesi, accusando la Cina di distorcere il mercato con prezzi bassi grazie ai massicci aiuti statali alla sua industria automobilistica. Una politica schizofrenica che non può portare lontano, se non a frenare ulteriormente il mercato degli EV.

Come si distrugge un’industria

I numeri sono da brivido. In Europa le vendite annuali di automobili sono complessivamente sotto di tre milioni di unità rispetto ai volumi antecedenti la pandemia. Volkswagen, Mercedes, Stellantis adottano piani urgenti per ridurre costi e personale. In Germania sono già scomparsi 46mila posti di lavoro, altri 140mila sono a rischio nei prossimi dieci anni. In Italia Stellantis tiene in cassa integrazione migliaia di lavoratori, in Francia i sindacati denunciano la perdita di 70mila impieghi dal 2012 ad oggi. Nel solo indotto nel biennio 2024-25 si sono persi nell’area UE più di 45mila posti di lavoro, mentre importanti aziende della componentistica hanno preannunciato la soppressione ulteriore di migliaia impieghi. Un intero ecosistema industriale annaspa nell’incertezza. A rischio c’è il futuro di un settore che ha scritto la storia dello sviluppo industriale e della crescita economica del Vecchio Continente, che con 13 milioni di occupati, senza calcolare l’indotto, contribuisce con circa 1000 miliardi di euro al prodotto interno lordo dell’UE, ossia il 7% del PIL.

Il colpo di grazia è arrivato con il Green Deal approvato dal parlamento europeo nel 2021 con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica per il 2050. La legge sul clima ha introdotto 160 nuove normative, regole spesso difficili da attuare, che hanno creato grosse difficoltà a tutta l’economia e colpito, in particolare, l’automotive vietando i veicoli con motore a scoppio. Senza chiedersi se l’industria automobilistica e il mercato fossero pronti per una svolta così radicale. Senza piani coordinati di sovvenzioni, per l’approvvigionamento delle materie prime e per realizzare infrastrutture di ricarica sufficienti ed efficienti.

Un salto nel buio

Con una misura dirigista, dalla forte impronta ideologica, frutto di un estremismo ambientalista che non ha tenuto in nessuna considerazione la sostenibilità sociale ed economica di un bisogno oggettivo di transizione energetica. Una pericolosa distorsione della politica industriale dell’Unione che invece di predisporre le condizioni quadro affinché l’economia possa prosperare, decide cosa, come e quando.

Inoltre, nel 2025 dovrebbero scattare le multe per le case che non rispettano i limiti sulle emissioni di CO2, elemento che tocca fortemente anche la realtà svizzera, tanto che l’Amministrazione federale ha pericolosamente messo in consultazione un progetto di ordinanza con uno “Swiss Finish” addirittura più severo di quanto previsto dalle norme europee. Ossia multe pesantissime. Progetto insostenibile, che dovrebbe fortunatamente essere rivisto perché considerato chiaramente fuori misura.

Le penalità, stimate in oltre 15 miliardi di euro a livello europeo, potrebbero decretare la fine di molti marchi e che di certo sottrarranno importanti risorse da investire nell’innovazione tecnologica. E qui s’innesca quello che Pellegrini nell’incontro di Grancia ha definito “il cortocircuito tra la quantità di auto elettriche che non si riesce a far aumentare e quella di veicoli col motore a scoppio dei quali invece si riduce la produzione per cercare di rientrare nei parametri delle emissioni stabiliti dall’UE e non incorrere in pesanti sanzioni. Un cortocircuito che brucerà altre decine di migliaia di posti di lavoro.”

Cosa riserva il futuro

In questo disastro annunciato anche i gruppi automobilistici hanno la loro parte di responsabilità: hanno, infatti, sopravvalutato la loro capacità di adattarsi velocemente al passaggio verso l’elettrico, sottovalutato la concorrenza cinese e non sono stati in grado d’implementare una strategia comune per affrontare uniti un cambio di paradigma produttivo e di modello di business assai complicato.

Oggi è assai difficile fare retromarcia. “Rinunciare all’elettrico è come voler rimettere il dentifricio nel tubetto” ha affermato il CEO di un’importante industria. Le case automobilistiche hanno investito ingenti capitali in questa riconversione e rinunciarvi del tutto significherebbe anche restare ancora più indietro nella rincorsa tecnologica. Inoltre, l’elettrico rappresenta indubbiamente il futuro per una mobilità sostenibile, drammaticamente sbagliati sono stati i tempi e i modi con cui è stato imposto.

Recentemente il Partito popolare europeo ha presentato una proposta di rilancio del settore, chiedendo di rivedere il divieto per i motori a combustione interna, l’adozione di un approccio alla transizione ecologica tecnologicamente neutrale e di annullare le multe per il superamento dei limiti delle emissioni. Palazzo Berlaymont tace in attesa di presentare il suo “Piano di azione globale” per sostenere l’automotive.

Possibili allentamenti delle regole

Dalle indiscrezioni filtrate sinora pare che l’UE stia rivalutando la possibilità di aprire il mercato, anche dopo il 2035, alle auto ibride plug-in e alle elettriche dotate di range extender (ossia equipaggiate con un piccolo motore ausiliario alimentato a benzina per ricaricare la batteria senza dare trazione alle ruote), che erano state anche vietate. Ci sarebbe pure un allentamento dell’obiettivo di neutralità climatica legittimando gli e-fuel, i carburanti sintetici. Poco si sa invece delle multe sulle emissioni che rappresentano un pericolo immediato per i gruppi automobilistici. Resta da vedere se basteranno queste “concessioni” per scongiurare il declino definitivo dell’industria europea dell’auto e le inevitabili e pesanti ricadute anche sulla realtà economica elvetica.

L’arte di saper parlare in pubblico

Parlare in pubblico è una situazione molto ansiogena per la maggioranza delle persone, perché ci pone di fronte al giudizio altrui e alla paura di non essere apprezzati

Qualche mese fa ho partecipato a un seminario sulla felicità. Tra i relatori c’erano teste molto illuminate della Harvard University e ricercatori provenienti da tutto il mondo. Alla fine delle due giornate però, mi sono ricordata unicamente di due relatori e dei loro rispettivi discorsi. Sebbene tutti avessero tantissime cose interessanti da raccontare, alla fine la maggior parte di loro è risultata noiosa, autoreferenziale  e per nulla empatica verso il pubblico. Un vero peccato, vista la caratura dei personaggi e la ricchezza del mondo che studiano.
Ecco, questo è purtroppo quanto accade a tutti noi quando vorremmo comunicare al meglio verso l’esterno, ma non possediamo gli strumenti  e le competenze per interessare, intrattenere ed esporre i nostri pensieri in modo efficace.

Oratori si nasce?

Parlare in pubblico è una situazione molto ansiogena per la maggioranza delle persone, perché ci pone di fronte al giudizio altrui e alla paura di non essere apprezzati. Qualcuno potrebbe erroneamente pensare che il Public speaking riguardi soltanto i professionisti che sono chiamati a parlare dinanzi a grandi platee. Nulla di più falso! Tutti noi siamo quotidianamente confrontati con un pubblico: che si tratti di una riunione d’ufficio, di quella dei genitori a scuola oppure della presentazione di un prodotto dinanzi a possibili acquirenti o investitori.

A chi non è mai capitato di avere qualcosa da dire, ma al solo pensiero di prendere la parola, ha iniziato a sentire le mani sudare, il battito cardiaco accelerare, rinunciando quindi a farlo?

Spesso le persone che non possiedono strumenti tecnici, mi raccontano di non vedere l’ora di terminare il loro discorso e di uscire di scena. Sia chiaro, un po’ di ansia prima di salire su un palco è sana, perché ci permette di attingere a tutte le nostre risorse per presentarci al meglio.
Però, se non gestita adeguatamente, l’ansia può bloccarci producendo effetti poco utili: voglia di scappare, timore di dimenticare il testo, senso di inadeguatezza, e così via. Ciò impedisce al nostro cervello di lavorare nelle condizioni migliori, impedendoci con molte probabilità di fare una bella figura.
Certamente c’è chi è più favorito di altri, perché magari non soffre di timidezza e possiede anche una certa fluidità con le parole. Ciononostante, questo non è sufficiente per strutturare un discorso di successo che sia persuasivo, che riesca a mantenere costante l’attenzione e soprattutto che si faccia ricordare dal pubblico in sala. Con una formazione adeguata, la giusta pratica e un’indispensabile motivazione, chiunque può apprendere questa imprescindibile arte.

“Non avrai una seconda occasione per fare un’ottima prima impressione”

Questa frase di Oscar Wilde ben esprime l’importanza di fare una buona impressione al primo colpo, per instaurare una relazione con il pubblico basata sulla fiducia nei vostri confronti. Naturalmente è fondamentale che il vostro discorso preveda contenuti di qualità, organizzati in modo magistrale per incuriosire e mantenere viva l’attenzione degli ascoltatori. Ma un buon contenuto, veicolato male, non passa. Per questo è importante saper stare su un palco, assumere una postura consona, saper gestire bene il tono della voce per colmare eventuali cali di attenzione, e possedere la capacità di instaurare una relazione sincera con il pubblico.

Ti parlo dal cuore

I bravi oratori sanno parlare con entusiasmo e passione. Ogni loro discorso pone piena attenzione sul pubblico, plasmandolo sulle sue esigenze e sui suoi interessi. Il fulcro sta nel donare qualcosa a chi vi sta ascoltando. Al termine del vostro speech la platea deve portarsi a casa informazioni e conoscenze nuove, sarà appagata e voi vi sentirete così molto soddisfatti.

Se per contro parlate senza sentire profondamente il tema che affrontate, magari riuscirete a eseguire un discorso mediamente buono, ma di certo la platea non si ricorderà di voi. L’arte di saper parlare in pubblico va appresa e declinata alla propria personalità, al contesto in cui ci si muove e al pubblico di riferimento. E successivamente va praticata, per essere affinata e accresciuta.

Un corso sul Public speaking è un regalo che fate a voi stessi, un percorso trasformativo che indipendentemente dalla vostra professione, dal vostro ruolo sociale o dalla vostra formazione, vi donerà strumenti molto utili nella vita quotidiana.

Il corso “L’arte di saper parlare in pubblico” verrà erogato dalla Cc-Ti a Lugano i prossimi 10 e 17 aprile dalle ore 9.00 alle 13.00. Per informazioni ed iscrizioni: www.cc-ti.ch/calendario/larte-di-saper-parlare-in-pubblico/.

Cedere la propria azienda è un’operazione complessa

Il passaggio di proprietà di un’azienda è, innegabilmente, una fase importante nella vita di un’azienda

Si tratta di un processo lungo e sfaccettato che tocca diversi ambiti, tra cui quello finanziario (valutazione e finanziamento dell’azienda), giuridico (redazione dei contratti) e fiscale (tassazione dell’imprenditore e dell’azienda). Il punto di vista di uno specialista del settore: Julien J. Collaud, della ditta VZ Conseil juridique et fiscal SA, raccolto dalla Camera di commercio e dell’industria del Canton Vaud.

Secondo alcuni studi, in Svizzera diverse decine di migliaia di PMI sono interessate da trasferimenti non regolarizzati. Quali sono le principali difficoltà incontrate dai proprietari?

A parte alcune difficoltà legate al settore o all’azienda da trasferire, i principali ostacoli incontrati dagli imprenditori che desiderano trasferire la propria azienda e che non cercano supporto sono la sottovalutazione del tempo da dedicare alla transazione, la ricerca di un rappresentante in grado di farlo, i cattivi consigli ricevuti da familiari e amici e il non valutare attentamente la complessità della transazione, in particolare in termini di tasse e successioni.

Quali sono le diverse opzioni a disposizione di chi vuole cedere la propria azienda?

In pratica, si distinguono tre tipi di trasferimento d’impresa, che rappresentano una serie di opzioni disponibili per chi desidera cedere la propria azienda:

  • il primo è la trasmissione all’interno della famiglia (Family Buy-Out – FBO), che consiste in una vendita o donazione (totale o parziale) ai membri della famiglia dell’imprenditore
  • il secondo è la trasmissione all’interno dell’azienda (Management Buy-Out – MBO), che consiste nella vendita ai dipendenti dell’azienda, spesso dirigenti
  • il terzo è la vendita a terzi, cioè a persone non legate all’imprenditore.

Possono essere aziende che operano nello stesso mercato, investitori finanziari (private equity, fondazioni d’investimento, fondi d’investimento, ecc.) o persone che desiderano diventare imprenditori.

Esistono scadenze ideali per affrontare questo passaggio?

Ogni caso è unico e ha le sue peculiarità. Possiamo tuttavia affermare che il momento ideale per iniziare a pensare al trasferimento dell’azienda è tra i cinque e gli otto anni prima. Quanto prima si inizia, tanto maggiori sono le possibilità di ottimizzare l’attività, la pianificazione finanziaria personale e la previdenza. È particolarmente consigliabile farlo in anticipo quando la società detiene molti beni non necessari per le operazioni. Poiché l’acquirente probabilmente non sarà interessato ad acquistarli, è opportuno ammortizzarli su più anni per limitare l’impatto fiscale. Inoltre, in caso di cambio di forma giuridica (ad esempio da ditta individuale a società a responsabilità limitata), è previsto un periodo di blocco di cinque anni prima di poter realizzare una plusvalenza esente da imposte.

Come garantire il successo del trasferimento? È consigliabile rivolgersi a degli esperti?

Il trasferimento dell’azienda è un’operazione complessa che tocca diversi ambiti, tra cui quello finanziario (valutazione dell’azienda e finanziamento), giuridico (redazione dei contratti) e fiscale (tassazione dell’imprenditore e dell’azienda). Si consiglia vivamente di avvalersi dei servizi di un esperto in materia di trasferimento d’azienda, che sarà in grado di fornire una consulenza personalizzata durante l’intero processo. Se necessario, può anche aiutarvi a trovare un acquirente. Inoltre, l’esperto vi permetterà di dedicare meno tempo alla vendita dell’azienda, in modo da potervi concentrare il più possibile sulla gestione dell’impresa. Sarebbe un peccato se i risultati dell’azienda diminuissero durante la fase di trasferimento perché l’imprenditore non può più dedicarvi abbastanza tempo.


Fonte: CVCI, Demain, agosto/settembre 2024. Traduzione ed adattamento: Cc-Ti.

Think outside the box?

Sarà capitato, navigando in rete o scrollando i social media, di vedere immagini quali il giochino del tetris che si faceva su carta, con la ‘X’ vincente posta fuori dalla griglia di gioco, accompagnata da una frase, solitamente in lingua inglese, che dice “think outside the box”, ovvero “pensa fuori dagli schemi”.

Sarebbe possibile riassumere così, graficamente, il concetto di ‘pensiero laterale’. Si tratta di una modalità di risoluzione di problemi, che prevede un approccio differente di pensiero, ovvero l‘osservazione del problema da diverse angolazioni, contrapposta alla tradizionale modalità che prevede concentrazione su una soluzione diretta al problema.

Gli studi sul tema sono stati sviluppati da Edward de Bono, psicologo maltese, negli anni ‘60, e rappresentano un approccio non convenzionale alla risoluzione dei problemi. A differenza del pensiero logico, che segue un percorso lineare e razionale, il pensiero laterale invita a esplorare strade alternative, distaccandosi, appunto, dai classici schemi di pensiero.

Definizione e caratteristiche

Il pensiero laterale è un metodo di pensiero che incoraggia l‘individuo a considerare problemi e soluzioni da angolazioni diverse. Invece di seguire un processo logico e lineare, il pensiero laterale si basa sull‘idea che spesso le soluzioni più efficaci si trovano al di fuori delle convenzioni

e delle norme stabilite. Questo approccio è particolarmente utile in contesti complessi e incerti, dove le soluzioni tradizionali possono risultare inadeguate. Abbracciando di volta in volta differenti modi di pensare si potranno trovare soluzioni creative, inusuali e stimolanti.

Applicandolo a diverse situazioni, anche aziendali, vengono favoriti alcuni aspetti, fra cui:

  • la creatività, stimolando la generazione di idee innovative
  • l’elasticità mentale, permettendo di adattarsi e modificare le traiettorie in corso d’opera
  • la collaborazione, promuovendo il lavoro di squadra ed il brainstorming.

Oltre alle analisi condotte da Edward de Bono, precedentemente citato, altri studiosi si sono chinati sulla tematica, condividendo molti assunti (con declinazioni diverse). Ad esempio, lo psicologo statunitense Joy Paul Guilford – noto per i suoi studi psicometrici sull‘intelligenza umana
– identifica altri quattro elementi per definire il pensiero laterale:

  • la fluidità: elemento quantitativo che si riferisce al numero di idee
  • la flessibilità: l’attitudine all’adozione di diversi approcci di pensiero rispetto un problema da affrontare
  • l’originalità: la capacità di formulare pensieri unici, che non seguano necessariamente quelle della maggioranza
  • l’elaborazione: la modalità in cui queste idee e questi pensieri vengono concretizzati.

Il pensiero laterale può essere esercitato: quando ci si prepara per migliorare le proprie prestazioni sportive, ad esempio, un allenamento assiduo della creatività migliora sicuramente l’immaginazione e stimola le menti, attraverso la risoluzione di enigmi e giochi.

Vantaggi nell’utilizzo

In un contesto aziendale sempre più competitivo e in continua evoluzione, le organizzazioni devono cercare metodi innovativi per risolvere problemi, prendere decisioni e affrontare le sfide quotidiane con cui sono confrontate. Eccone alcune:

  • Promozione dell’innovazione, miglioramento della capacità di problem solving e aumento della collaborazione
    Il pensiero laterale permette di superare le soluzioni tradizionali, favorendo l‘emergere di idee innovative. Invece di seguire schemi logici predefiniti, i collaboratori sono spinti a esplorare opzioni alternative, sviluppando idee che altrimenti potrebbero non essere considerate.
    Questo approccio creativo è essenziale per l‘innovazione continua, che rappresenta uno dei principali fattori di successo per le aziende. Inoltre, si affrontano le tematiche da prospettive nuove, atto che consente di promuovere – all’interno di un team o un gruppo di lavoro, una maggiore
    sensibilità verso la collaborazione. Ogni individuo è incoraggiato a contribuire con le proprie idee, arricchendo le proposte tematiche.
  • Adattabilità al cambiamento, nuova cultura aziendale
    L‘ambiente aziendale è in continua evoluzione, e le aziende devono essere in grado di adattarsi velocemente ai cambiamenti. Il pensiero laterale favorisce la flessibilità mentale, consentendo ai dirigenti e ai dipendenti di adattarsi rapidamente a nuove circostanze, affrontare situazioni
    inaspettate e trovare soluzioni adeguate anche in contesti in continuo mutamento. L’utilizzo di nuove tecniche per affrontare sfide ed ostacoli crea anche una cultura aziendale che valorizza l’innovazione, promuovendo una mentalità orientata alla crescita, rendendo l’organizzazione, nel suo insieme, agile. In un precedente articolo (link: www.cc-ti.ch/abracadabra) abbiamo parlato delle organizzazioni adattive, quali entità composte da persone che, attivando meccanismi di adattamento finalizzati a mantenere lo stato ottimale dell’entità stessa, quale cambiamento evolutivo costante, si distinguono per la loro capacità di rispondere prontamente e in modo efficace ai cambiamenti nell’ambiente esterno, evidenziandone i benefici in termini di identificazione delle nuove tendenze e delle opportunità emergenti, adattando rapidamente le proprie strategie e operazioni per capitalizzare su tali cambiamenti. Agilità e flessibilità sono caratteristiche fondamentali, che spesso si traducono in una maggiore capacità di innovazione e di adattamento alle mutevoli condizioni congiunturali.

Conclusioni

Think outside the box? Sì, il pensiero laterale non è solo una tecnica per risolvere problemi complessi, ma un approccio che può trasformare la cultura aziendale e contribuire in modo decisivo alla crescita e al successo dell‘azienda nel lungo periodo. Con originalità, quale base dell’impulso creativo, la ricerca di nuove possibili combinazioni può essere una fonte di ispirazione per soluzioni, anche, inaspettate.

Imballaggi: pubblicato il nuovo regolamento UE

Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea il 22 gennaio 2025, il Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio sostituirà la Direttiva 94/62/CE introducendo significative innovazioni per la gestione degli imballaggi e dei rifiuti da imballaggio. Entrato in vigore il 12 febbraio 2025, sarà pienamente applicabile dal 12 agosto 2026.

Il regolamento (UE) 2025/40 mira a ridurre l’impatto ambientale e a incentivare il riuso e il riciclo, segnando così un passo significativo verso la riduzione dei rifiuti e il rilancio dell’economia circolare.

Le principali disposizioni includono:

  • adozione di imballaggi più leggeri e eliminazione di materiali superflui
  • aumento della percentuale di imballaggi riutilizzabili
  • fissazione di obiettivi minimi di utilizzo di materiali riciclati entro il 2030, percentuale che aumenterà progressivamente fino al 2040
  • divieto di sostanze chimiche (tra cui PFAS) al di sopra di determinate soglie negli imballaggi alimentari
  • standardizzazione nella progettazione degli imballaggi e un’etichettatura più chiara a livello europeo, così da semplificare il corretto smaltimento
  • divieto di imballaggi di plastica monouso, ad esempio quelli per frutta e verdura fresche, per alimenti e bevande in bar e ristorante

Il fabbricante ha l’obbligo di redazione della dichiarazione di conformità UE. Per gli imballaggi provenienti da Paesi terzi, l’importatore dovrà assicurarsi la loro conformità alle prescrizioni del Regolamento e mettere a disposizione dell’autorità nazionale la relativa documentazione.

Viene altresì rafforzato il principio della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR): il produttore (o, nel caso di imballaggi provenienti da Paesi terzi, l’importatore) sarà responsabile anche della fase di fine vita degli imballaggi immessi sul mercato.

La situazione sul mercato del lavoro

Rapporti della Seco sulla situazione del mercato del lavoro