“I dazi preoccupano, ma è una politica senza senso”
Intervista a Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti, apparsa su LaRegione sabato 8 marzo 2025, a cura di Jacopo Scarinci

Il direttore della Camera di commercio commenta le decisioni di Trump, tutto tranne che nuove, e i possibili scenari negativi per Svizzera e Ticino.
Decine di aziende che hanno un contatto diretto con gli Stati Uniti, tra sedi di rappresentanza, uffici ed esportazioni dal Ticino per circa 700 milioni di franchi ogni anno. Parliamo di questo, ma anche molto altro, quando si parla di mercato americano per le imprese ticinesi. Parliamo di questo, e soprattutto di molto altro, quando si parla del pericolo dei dazi che il presidente statunitense Donald Trump vuole imporre ormai a chiunque voglia vendere prodotti nel suo Paese. Con un effetto domino che il direttore della Camera di commercio e dell’industria Luca Albertoni, a colloquio con ‘laRegione’, non esita a definire «preoccupante». Non tanto e non solo per il Ticino, ma perché «la recente proposta di fissare dei dazi al 25% per l’Unione europea si riverbererebbe non poco sulla Svizzera che ha nell’Ue il proprio primo partner commerciale».
Insomma, c’è davvero da essere preoccupati?
Sì, una giusta e sana preoccupazione che ci faccia capire come non siamo al riparo da eventi sui quali non possiamo neanche materialmente intervenire. Abbiamo visto altre volte che le aziende si adattano e l’export cresce, ma serve un occhio attento all’attualità e un orecchio disposto a sentire questi campanelli d’allarme che stanno suonando.
C’è anche da dire però che è tutto tranne che una novità vedere gli Stati Uniti fissare dei dazi…
Esattamente, il cosiddetto ‘America first’ c’è sempre stato. Si sta considerando una novità qualcosa che non lo è, magari perché sono cambiate le modalità comunicative. Basti ricordare i numerosi contenziosi davanti all’Organizzazione mondiale del commercio promossi da Unione europea, Cina, Canada e Messico contro gli Stati Uniti per l’introduzione di dazi antidumping e misure commerciali considerate discriminatorie. I dazi sull’acciaio non sono una novità, Bush li introdusse ad esempio nel 2002, come non lo sono quelli sui prodotti cinesi. Ora mi sembra non perseguano solo scopi economici, dalla dubbia efficacia anche per gli Stati Uniti, ma siano soprattutto uno strumento di pressione per ottenere anche altro. Comunque, tecnicamente Trump sta facendo una sorta di promozione economica del proprio Paese, che può anche essere comprensibile se ha l’obiettivo di rafforzare il settore produttivo statunitense trasferendo in loco le produzioni industriali e forse ritiene di farlo anche con questi strumenti. Ma, come detto, per onestà intellettuale bisogna riconoscere e dire che nella presidenza Biden i dazi posti dalla prima presidenza Trump sono stati confermati, la politica americana funziona così.
Lei parla di preoccupazione per il Ticino. Per cosa soprattutto? Dire dazi vuol dire tantissimi ambiti della filiera di produzione.
Partiamo col dire che 700 milioni di franchi di export ogni anno non sono poca cosa, è una cifra importante, in crescita. Il più grande timore è sicuramente l’insicurezza che si sta venendo a creare ad arte, e lo noto parlando anche con altri colleghi delle Camere in Svizzera. Questo è il modo di negoziare di Trump, anche se dovremmo fermarci un attimo e chiederci cosa possa negoziare con la Svizzera: mica tanto. La piazza finanziaria è già stata messa in ginocchio, se ragiona in termini di bilancia commerciale potrebbe essere rischioso perché come Svizzera la nostra è positiva nei confronti degli Stati Uniti. Anche se, inserendo i servizi nella bilancia commerciale, il rapporto si capovolgerebbe. Non sono però così preoccupato che vi possano essere misure dirette generalizzate contro la Svizzera. Potremmo però subire le conseguenze. La nostra vera ansia potrebbe essere infatti il subire le conseguenze dei dazi sull’Unione europea e in generale sugli altri Paesi, e non esito a definirla una preoccupazione più immediata. Non sono poche le aziende svizzere e anche ticinesi che hanno almeno parte della produzione in Paesi europei o in Cina, per cui potrebbero subire le conseguenze delle misure contro questi Paesi. Senza dimenticare che Messico e Canada sono a volte le porte d’entrata per i prodotti verso gli Stati Uniti.
E parlando di settori, quali sarebbero i più esposti?
Quello farmaceutico potrebbe essere penalizzato, ma le aziende sono “sul pezzo” e stiamo parlando di un’autentica eccellenza dell’industria svizzera, produciamo medicamenti di cui negli Stati Uniti c’è bisogno, che non sono per forza in concorrenza con i loro prodotti e in generale le esportazioni svizzere e anche ticinesi sono di fascia alta e quindi meno facilmente sostituibili, penso ad esempio al settore del medtech. Questa alta qualità porta il cliente americano ad avere una certa propensione a prendere in considerazione anche una maggiore spesa per averli. Tornando al discorso Unione europea, la preoccupazione può riguardare il settore delle automobili, per cui in Ticino vengono prodotte parti importanti. Già l’industria tedesca sta faticando, vende meno negli Stati Uniti e le conseguenze le paghiamo anche noi. Questo è un esempio tra i vari che dimostra come ulteriori difficoltà per l’Unione europea si riverbererebbero sulla Svizzera e il Ticino, perché se Trump considera i dazi un’arma negoziale è un conto, se davvero vorrà agire come minacciato anche con Canada e Messico ci sarà poco da stare allegri…
Quando si parla di export, materialmente, di cosa si parla?
Chiaramente in modo prevalente di industria, che però ha già un po’ frenato, soprattutto il settore Mem e i vari fornitori che, come dicevo, lavorano direttamente o indirettamente in particolare con il settore automobilistico producendo componenti di ogni genere che confluiscono nel prodotto finito: sensori, parti dei freni… Non vanno però dimenticati i servizi che a volte sono pure legati alla produzione industriale. Insomma, un ventaglio di situazioni molto variegato. Le difficoltà, indipendenti dalle decisioni americane, le stiamo già notando ora, e ci sono segnali di un possibile ulteriore peggioramento. Poi, quando parliamo di export, non dobbiamo assolutamente dimenticare, oltre all’esportazione diretta, quella indiretta, cioè che avviene tramite altre aziende svizzere che forniscono i prodotti finiti contenenti componenti che arrivano dal Ticino, come capita ad esempio in alcune parti del settore ferroviario. Siamo tributari del contesto internazionale, ma ovviamente anche di quello nazionale. Ma gli altri cantoni sono nelle nostre stesse condizioni, senza eccezioni, o quasi.
Timori registrati anche nella vostra recente indagine congiunturale presso le aziende associate alla Camera di commercio?
Sì, è stata rimarcata una maggiore prudenza per il primo semestre del 2025 e si sta nei fatti confermando. Il rischio di rallentamento si è già verificato e la difficoltà non sorprende. A questo si deve unire anche la generale difficoltà nelle esportazioni, considerando anche come la Cina abbia rallentato moltissimo e il settore del lusso sia quasi fermo. Inoltre, la Cina ha frenato su grandi investimenti e attività all’estero, e anche questo in determinati settori si farà sentire.
Passare così dal Ticino, agli Stati Uniti, alla Cina fa capire quanto il mondo di oggi sia interconnesso.
Altroché! È impossibile oggi ragionare con la mente di vent’anni fa, giusto o sbagliato che sia il ruolo delle esportazioni è cresciuto e questo è fondamentale per un Paese come il nostro, che deve proprio all’apertura gran parte della sua prosperità. D’altra parte quando ha l’export che rappresenta una parte importante, chiaramente si è più esposti a dinamiche che non possiamo controllare. Ci sono vantaggi innegabili, come la diversificazione del tessuto economico, che rendono la Svizzera e il Ticino più ricchi a livello di competenze, ma anche svantaggi ingovernabili. Quello che possiamo fare è adattarci, come abbiamo già fatto in questi ultimi anni, razionalizzando le procedure, stabilendo prezzi competitivi e non per forza bassi quando si parla di alta gamma, ragionando sulla qualità che ci ha messo un po’ al riparo anche dalle fluttuazioni valutarie. La qualità è un grande atout per la Svizzera.
E il Ticino è in mezzo a tutto questo.
Certo che lo è, pensi solo che in Ticino vengono prodotti una delle centinaia di componenti dell’iPhone e un motorino per i razzi che la Nasa spedisce su Marte… Siamo in mezzo a tutto questo con anche tutta la sua complessità, e tutto è talmente interconnesso che se da un lato ribadisco che è giusto essere preoccupati per i dazi, arrivo anche a dire che la politica dei dazi non ha alcun senso. I flussi economici oggi sono molto più complessi che in passato e misure apparentemente semplici nascondono a mio avviso molte incognite, per cui penso che economicamente il dazio lo subisca anche chi lo pone, con aumenti di prezzi e potere d’acquisto in calo, anche se alcuni sostengono il contrario, basandosi sul rafforzamento della produzione statunitense e sul fatto che sia un mercato con potenzialità tali da ridurre la dipendenza dall’estero. Forse, ma non si tratta di effetti che possono verificarsi in poco tempo, ammesso che si realizzino veramente. Tuttavia, non credo che negli Stati Uniti siano stolti e qualche approccio differenziato comunicato in questi giorni, come le misure ridotte contro il Messico per non danneggiare l’industria automobilistica americana, mi fa propendere per la tesi che sia davvero prevalentemente un’arma negoziale e non uno strumento sistematico che rischia di portare a un autogol.
C’è rischio per i posti di lavoro nel nostro cantone?
Le rispondo ricordando quanto è successo nel 2014. In Turchia c’è stata un’ondata di freddo anomala e molto lunga, che ha colpito duramente la produzione delle nocciole. La cascata è arrivata in Svizzera e fino al Ticino con tutte le difficoltà che si sono riscontrate nel produrre il cioccolato che è un fiore all’occhiello della nostra economia, mettendo a rischio i posti di lavoro nel settore. Fortunatamente questo è stato evitato, malgrado i maggiori costi necessari per approvvigionarsi altrove di una merce diventata rara in un preciso periodo.
Fa freddo in Turchia e si rischia di licenziare in Ticino.
Per usare un esempio più attuale, quando la Germania ha l’influenza, la Svizzera tossisce. Quindi la risposta è purtroppo sì, è un rischio che esiste.